Ridership, ovvero la leadership del sorriso…bell’idea non trovate? E’ il titolo nonché il tema di uno degli audiopost che Bertolino rilascia regolarmente su job24. Beh, la tesi è questa: leader tristi generano collaboratori tristi e la tristezza è la lapide posta sulla creatività e l’innovazione e un dispendio inutile di energia; serietà, d’altra parte, non è sinonimo di sofferenza, ma di credibilità e competenza. Dunque, il suo suggerimento ai leader è quello di essere autorevoli, con una disposizione d’animo serena e una propensione alla sana ironia.

Lo sa bene anche un altro personaggio, oratore e motivatore canadese, Michael Kerr, che dedica un intero sito all’umorismo sul posto di lavoro. E’ lo Humor at work-The Way Work Ought to Be, all’interno del quale è possibile trovare libri scritti di suo pugno, video divertenti, workshop, incontri e articoli sul mondo del lavoro.

Anche la ricerca è dalla loro. Piuttosto recente lo studio condotto dall’Università Bocconi su1860 impiegati nel mondo, relativamente al valore dello humour in ambiente di lavoro. I risultati: l’umorismo e’ diffuso nel 98% dei casi ed è apprezzato nel 99%, crea gruppo e potenzia la leadership.

Beh, risultati positivi direi, tanto che l’Accademia Nazionale del Comico, in collaborazione con Laboratorio Creativo e Umorismo Formazione, ha ideato il Master in Humor Business & Innovazione rivolto a tutti coloro che ricoprono ruoli di direzione e responsabilità nei contesti di lavoro. Attraverso la sperimentazione di creatività e umorismo si cerca di rafforzare nei partecipanti la disponibilità all’adattamento, al cambiamento e alle novità, e di formare competenze relativamente alla gestione degli imprevisti e dei conflitti.

Se avete delle titubanze relativamente alle vostre capacità umoristico-oratorie potreste fare riferimento a “7 Tips on Using Humor in Conversation”, articolo che ci omaggia di preziosi consigli per sostenere una conversazione positiva ed ironica.

Step numero uno non cadere nel sarcasmo e nell’umiliazione dei propri interlocutori, ma pronunciare battute bonarie a coloro che sanno stare al gioco.

Secondo, sviluppare autoironia: quest’ultima aiuta ad abbassare le barriere tra noi e gli altri , quindi, ad avvicinarci a loro in modo divertente.

Ulteriore passo: ridere, senza aspettare che lo facciano gli altri, perché la risata aiuta a sentirsi meno tesi.

Il fare battute, ammesso che ci si riesca, dovrebbe essere un’attività collegata alla conversazione in corso. In una parola: non veniamocene fuori con una barzelletta “fuori-tema” o non opportuna. Non solo quest’ultima non provocherebbe alcuna ilarità, ma potrebbe renderci alquanto ridicoli e creare un’atmosfera “agghiacciante”.

Per provocare riso sarebbe opportuno conoscere il meccanismo principale sotteso all’umorismo, ovvero la contraddizione. Pronunciare affermazioni contrarie a quelle aspettate, infatti, crea l’effetto paradosso e spiazza.

In ultimo: essere più positivi, frequentando per la maggior parte del nostro tempo persone solari, e imparare ad improvvisare (anche se quest’ultimo requisito non mi pare proprio semplice da acquisire).

Insomma, chi è già ironico di natura è in una botte di ferro… tutti gli altri si applichino o cerchino di frequentare le persone più divertenti che conoscono.