Nel giro di pochi mesi sono arrivate due novità normative che, a prima vista, non hanno molto a che fare l’una con l’altra: una prassi UNI sulla conciliazione tra vita familiare e lavoro e una direttiva europea contro il greenwashing. Temi diversi, ambiti diversi, eppure raccontano la stessa transizione: la sostenibilità smette di essere qualcosa che si dichiara e diventa qualcosa che si deve dimostrare, con dati, processi e verifiche di terza parte.

UNI/PdR 192:2026 — il benessere familiare entra nei sistemi di gestione

Il 14 aprile 2026 è stata pubblicata la UNI/PdR 192:2026, elaborata dal Tavolo “Family friendly” su impulso del Dipartimento per le politiche della famiglia. Nasce da un dato che pesa: nel 2024 l’Italia ha toccato il minimo storico di natalità, con 1,18 figli per donna, e quasi otto dimissioni volontarie su dieci da parte di lavoratrici madri sono legate a difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura dei figli.

La prassi non si limita a suggerire iniziative di welfare a favore della famiglia. Chiede alle organizzazioni di costruire un vero sistema di gestione: una politica formalizzata, un gruppo di lavoro interno, un piano strategico con obiettivi misurabili, il monitoraggio tramite KPI su sette aree — dalla flessibilità oraria al supporto alla maternità e alla paternità, dai carichi di cura alla continuità di carriera — e audit periodici. È prevista anche una certificazione di conformità di terza parte, con un impianto molto vicino a quello già visto nella UNI/PdR 125 sulla parità di genere.

In pratica: non basta più offrire smart working o un asilo nido convenzionato. Bisogna poter dimostrare, con indicatori verificabili, che quelle misure funzionano davvero.

Green Claims — stop alle etichette ambientali non dimostrabili

Dal 27 settembre 2026 entra in applicazione la Direttiva (UE) 2024/825, che introduce regole molto più stringenti sulla comunicazione ambientale. Diciture come “green”, “eco-friendly” o “sostenibile” non potranno più essere usate senza prove riconosciute a supporto; stessa sorte per i marchi ambientali autoproclamati o per i claim di “carbon neutrality” basati solo sulla compensazione delle emissioni.

Vale per siti, packaging, cataloghi e social: ogni affermazione ambientale dovrà reggersi su dati verificabili, non su un buon copy.

Cosa cambia per le aziende

Le due novità, messe insieme, dicono qualcosa di preciso: chi si limita a raccontare il proprio impegno — sociale o ambientale che sia — è sempre più esposto, sia dal punto di vista reputazionale sia da quello normativo. Chi invece struttura fin da ora politiche, KPI e processi di verifica arriva pronto e trasforma un obbligo di conformità in un vantaggio competitivo reale.

La differenza, nei prossimi mesi, la farà chi avrà iniziato prima.rà chi avrà iniziato prima.