Cinico, freddo ed emotivamente distaccato. Questo il tipo di leader che ci ha tramandato il secolo scorso. La figura di un uomo razionalmente stabile che ha il pieno controllo delle proprie emozioni, nel senso di repressione ed evitamento delle stesse. Per avere successo, ci è stato insegnato, devi mettere da parte tutto ciò che è irrazionale e, quindi, fuori dal tuo controllo e focalizzarti non sul “cuore”, per voler utilizzare un’immagine romantica, bensì sul “cervello”.

Ma è ancora così? Questo è ancora il modo in cui si dovrebbe vivere, lavorare, essere leader?

Ebbene, la ricerca, i numerosi studi e, soprattutto, la pratica, dicono di no. Si è concluso il periodo della leadership esclusivamente al maschile tanto quanto il periodo in cui le emozioni devono essere tenute fuori dalla porta. Elementi, queste ultime, non prerogativa solo femminile, ma umana, feconda nelle relazioni come nel lavoro.

Per 2000 anni, nel pensiero occidentale e in molte altre parti del mondo, abbiamo pensato alle emozioni come irrazionali, distruttive e disfunzionali. Negli ultimi decenni, però, questa definizione ha iniziato a cambiare: le emozioni oggi fanno parte della nostra identità e del modo in cui ci definiamo, sono fondamentali per ciò che ci interessa e per come ci relazioniamo con le altre persone a noi vicine, famigliari, amici o colleghi.

Nella loro definizione più recente, le emozioni sono impulsi ad agire, “piani d’azione dei quali ci ha dotato l’evoluzione  per gestire in tempo reale le emergenze della vita” (Goleman, 1997). Sono la grammatica delle nostre vite, alla base delle interazioni sociali che compongono la nostra quotidianità. Ogni interazione sociale, come ogni ricordo più vivido che abbiamo, se scomposte, risultano formate da brevi esperienze emotive.

Le emozioni sono necessarie nei processi decisionali, nel lavoro come nella vita quotidiana, ma non senza limiti, bensì nella giusta misura. Da qui, la nascita del concetto di Intelligenza Emotiva (IE).

L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie emozioni. Per questo motivo, essa si basa su quattro principi fondamentali:

  • consapevolezza e comprensione delle proprie emozioni;
  • relazione produttiva e salutare con le proprie emozioni;
  • riconoscimento delle emozioni degli altri (o, anche, empatia);
  • gestione delle proprie emozioni in presenza degli altri.

Perché promuovere l’intelligenza emotiva?


Ecco le principali implicazioni associate ad alti valori di IE:

  1. diminuzione dello stress
  2. migliori abilità comunicative
  3. relazioni più soddisfacenti
  4. maggiori capacità di superare le sfide
  5. per quanto riguarda il lavoro, maggiore possibilità di crescita professionale.

Circa l’ultimo punto, bisogna sottolineare come le persone migliori nel riconoscimento e nel controllo delle emozioni gestiscano meglio la politica delle organizzazioni e gli aspetti interpersonali della vita lavorativa e, di conseguenza, guadagnino più soldi nel loro lavoro.

Oltre ad essere un buon predittore delle prestazioni lavorative (due volte di più rispetto al Quoziente Intellettivo!), l’intelligenza emotiva rende anche le persone meno suscettibili a diversi bias, come quello di conformità, impatto o conferma, a errori di attribuzione e a diverse altre insidie; inoltre, permette di accrescere le proprie capacità di superamento dei momenti difficili, lavorativi e privati, nonché di crescere personalmente dopo fallimenti o battute d’arresto.

Infine, alti valori di IE sono stati associati a potenziali maggiori nella leadership, maggior efficacia nel lavoro di squadra, fino ad un valore aggiunto alle organizzazioni nel loro insieme, sia per quanto riguarda il clima sul posto di lavoro, sia per quanto riguarda le prestazioni: migliori vendite, clienti più soddisfatti, fidelizzazione dei dipendenti, anche a seguito di reclutamenti più riusciti, e, per concludere, maggiori produttività, entrate e crescita. Di conseguenza, l’intelligenza emotiva è correlata a minori livelli di burnout e turnover, meno incidenti sul lavoro e, in generale, meno conflitti.

Insomma, sembra evidente che coltivare l’Intelligenza Emotiva, a qualsiasi livello, sia una strategia vincente e richieda, quindi, un buon allenamento (questo il corso che Project Group propone sul tema).
Per cominciare, però, vi proponiamo alcune buone pratiche di IE da attuare sul posto di lavoro, di modo da avere un primo riscontro di ciò di cui abbiamo appena parlato:

  • apprezza i colleghi e il loro lavoro;
  • rispetta chi ti circonda, qualsiasi sia il vostro rapporto;
  • sii umile, mantenendo piena consapevolezza dei tuoi meriti e di quelli degli altri;
  • riconosci il valore di ogni emozione, anche quelle “brutte”, che sono comunque fondamentali;
  • sii leggero e divertiti, per quanto possibile;
  • sii gentile.

Sei desideri approfondire il tema dell’Intelligenza Emotiva, se desideri valutare le tue risorse su questa competenza o se necessiti di un’analisi del tuo conteso aziendale a livello di HR contattaci. Project Group ha al suo interno un team di esperti conoscitori e valutatori di questa nuova competenza!