Il Leadership Forum 2022 è stata un’occasione per noi consulenti di approfondire tematiche cardine della società contemporanea in diversi ambiti: dall’economia globale, passando per il team working fino ad arrivare all’innovazione in tutte le sue sfaccettature.

Tuttavia un intervento ha catturato la nostra attenzione: stiamo parlando dell’esposizione di Umberto Galimberti sul rapporto tra Uomo e Tecnica.

La posizione del noto filosofo e psicoanalista italiano potrebbe essere ridotta ad un monito che, da tempo, suona come una voce nel deserto o come una fioca avvertenza dei più anziani verso le nuove generazioni; “Non dimenticate!, non dimenticatevi la bussola in questa realtà così liquida (per citare Baumann); non dimenticatevi di emozionarvi; non dimenticatevi di essere umani.

La realtà attuale è descritta come l’era della Tecnica, coniata e adattata alla visione che l’Occidente ha sviluppato per il mito dell’innovazione senza limiti, per la razionalizzazione assoluta, per la smania del controllo comunque ed ovunque. E l’uomo? L’Essere umano è inteso in questo contesto quale trionfatore della tecnica sul mondo, emblema del successo razionale sulla realtà delle cose.

Ma se pensassimo più intensamente agli effetti di questa prioritizzazione della tecnica, eretta a fine, scopo del nostro vissuto, vedremmo che qualcosa è stato, per forza di cose, lasciato indietro, trascurato.

E da qui ripartiamo verso il tema dell’incontro, che poi non sarebbe altro che porsi dalla parte lesa e dimenticata della relazione uomo-mondo; mai come oggi, mai come in questa società.

Stiamo puntando i riflettori sulla psicologia delle emozioni: ciò che è realmente proprio dell’uomo indipendentemente dallo scorrere del tempo, ciò che è nato nella parte più profonda della nostra corteccia celebrale.

Commenta così Galimberti:

“La nostra psiche, i nostri sentimenti, i nostri vissuti e le nostre relazioni sociali, generatrici di passioni e disordini, vengono mal visti in termini di funzionalità nell’età della tecnica”.

Ed ecco che, coerentemente alle premesse fatte, il filosofo si schiera apertamente dalla parte dei “vinti irrazionali”, dalla parte delle emozioni.

Queste ultime non solo di connotazione positiva come l’amore, la gioia, i ricordi felici bensì portatrici anche di rancore, tristezza, disgusto. Tutte su base primordiale, che l’essere umano presenta innate dal momento in cui emette il primo vagito e destinate ad evolvere e migliorarsi nel corso della vita.

Riprendendo il monito iniziale: è necessario non commettere l’errore di lasciarle in disparte.

Ma allora, dopo aver constatato la situazione attuale, come muoversi non tanto per invertire la polarità ma piuttosto per tentare di riportare l’essere umano a prendere coscienza della sua essenza in una realtà che dovrebbe porre come fine la felicità e non la massimizzazione dell’utile?

La risposta è presto detta: l’utile e il funzionale sono solo strumenti per il raggiungimento di obiettivi; non sono lo scopo dell’essere.

Saper riconoscersi in una cornice di necessità, di tecnica, di utilità solo e unicamente dopo aver preso coscienza di essere umani. Questa è la strada verso il cambiamento.

Nessun conosce la formula per la felicità, ognuno ha la sua: può manifestarsi in un attimo fugace, in un ricordo passato, nella quotidianità delle cose; ma per volgere lo sguardo ad essa, alla base del nostro essere devono collocarsi ben salde le caratteristiche proprie dell’umano da sempre: le emozioni e la nostra consapevolezza di esse.

Come fare tesoro di questi stimoli nelle nostre aziende?

Impegnandoci a creare iniziative nelle quali dare rilevanza ad emozioni e sentimenti non solo a livello personale, ma anche nella gestione delle relazioni e delle dinamiche all’interno dell’azienda.