Straordinario è far ruggire la mucca viola Posted by Virginia Basiricò on 20 January 2012 ·

Imma­gine Cow on a chop­per di jelene

Vi pro­pongo un indo­vi­nello: “Che cos’ hanno in comune Harry Hou­dini, la Natio­nal Public Radio ame­ri­cana, Vir­gi­nia Apgar (medico inven­tore dello stan­dard inter­na­zio­nale con cui si valuta lo stato di salute fisica del bam­bino al momento della nascita); Bruce Katz inven­tore delle scarpe Roc­k­port, Brian Came­lio CEO della ArtistShare.com, Goo­gle e Ron John­son stra­tega di Apple?”

Rispo­sta: “Aver fatto rug­gire la mucca viola”!

La Mucca Viola è qual­cosa di feno­me­nale, inat­teso, entu­sia­smante e asso­lu­ta­mente incre­di­bile che è den­tro il pro­dotto. O c’è o non c’è. Punto. E nean­che que­sto basta. Ci vuole un rug­gito capace di pro­durre un’innovazione tal­mente straor­di­na­ria che tra­sformi radi­cal­mente le regole del gioco, e tanto sor­pren­dente da non poter pas­sare inosservata.

Seth Godin, autore del libro “Il rug­gito della mucca viola”, sostiene che  la straor­di­na­rietà risiede in quelle aziende in cui si favo­ri­sce un flusso costante di  idee fuori dal comune, in chi pensa fuori dagli schemi, in chi mette in dub­bio l’autorità e in chi rifiuta di fare ciò che si faceva prima. Il mondo del busi­ness dimo­stra che sono riu­scite a far sen­tire il pro­prio rug­gito solo quelle aziende che non si sono limi­tate a sod­di­sfare i biso­gni dei pro­pri clienti, ma che li hanno let­te­ral­mente tra­volti con emo­zioni e idee nuove.

Se volete ini­ziare l’anno nuovo con un bel RUGGITO VIOLA, ini­ziate a spe­ri­men­tare i seguenti consigli:

  1. Non aspet­tate gli inviti. Aspet­tare di essere invi­tati a tavola, a bal­lare, a gio­care, a par­te­ci­pare a una festa o a un grande mee­ting è uno spreco di ener­gie pre­ziose che vi impe­di­sce di iniziare.
  2. Con­si­de­rate l’insuccesso un’opzione. Quando non si rischia di fal­lire, manca l’opportunità di spe­ri­men­tare, met­tersi alla prova e crescere.
  3. Inven­tate il mer­cato. Le aziende affer­mate dedi­cano molto tempo al ten­ta­tivo di con­ser­vare lo sta­tus quo (l’industria disco­gra­fica ne è un esem­pio evi­dente). Le nuove aziende dina­mi­che, invece, ten­tano di creare mer­cati nuovi.
  4. Uscite dalla zona di sicu­rezza e andate a cac­cia di nuove idee. Ottimi spunti pos­sono nascere dal con­fronto con i nuovi assunti, con chi sta in sedi peri­fe­ri­che, con chi ha le mani spor­che e sta in prima linea, con aziende di suc­cesso di altri set­tori. Viag­giate, stu­diate e col­ti­vate rela­zioni stimolanti.
  5. Pun­tate dap­prima alla quan­tità o poi alla qua­lità. E’ il con­fronto tra idee diverse che porta all’innovazione.
  6. Evi­tate i sequel.  Il modo più rapido, facile e sicuro è for­nire al mer­cato ciò che desi­dera. Affret­tarsi a pre­sen­tare la nuova imi­ta­zione di qua­lun­que cosa aiuta a con­vin­cere l’azienda, il capo sarà orgo­glioso della vostra ini­zia­tiva e sol­le­vato per il fatto che avete imboc­cato una strada sicura. Que­sta stra­te­gia non fun­ziona mai. Ben­ché dia l’impressione di non com­por­tare dei rischi, ne nasconde più di quanto si immagini.
  7. Ricor­da­tevi che l’*energia non sta nell’idea ma nella sua esecuzione. *Galvanizzate il vostro gruppo di lavoro e lavo­rate per creare un clima di fidu­cia ed entu­sia­smo attorno alla vostra idea.
  8. Lavo­rate per pic­coli gruppi. Le grandi orga­niz­za­zioni hanno un pro­blema: le “strette di mano” che ren­dono tutto molto com­plesso. Per rea­liz­zare l’hardware e il soft­ware del primo Macin­tosh basta­rono dodici per­sone; per inven­tare il feno­meno di Star­bucks ne basta­rono meno di una decina.
  9. Asso­cia­tevi a una causa che stia vera­mente a cuore alla gente. Spo­sando cause valide, i mar­chi ricer­cano qual­cosa di più grande e assai più utile del lavoro quo­ti­diano — sostiene il nostro Godin — e con ciò acqui­si­scono mag­giore rile­vanza, svi­lup­pano un senso etico e orgo­glio azien­dale, con­qui­stano le pre­fe­renze e la fidu­cia del con­su­ma­tore, con­tri­buendo a miglio­rare un poco il mondo.

Ma soprat­tutto:

10. Non lasciate che i semi vi impe­di­scano di gustare l’anguria

Quindi come ci sug­ge­ri­sce Goe­the, poeta e filo­sofo tede­sco, “Qua­lun­que cosa pos­siate fare, o sognare, inco­min­cia­tela. L’audacia ha in sé il genio, la magia e il potere. Inco­min­ciate subito”.

 

 

La mia esperienza con Twitter Posted by Manuela Crovato on 16 January 2012 ·

Imma­gine Twit­ter di eldh

Twit­ter è uno dei social net­work più dif­fusi e usati del nostro tempo. Tut­ta­via se pen­sate che tutti lo sap­piano usare o ne cono­scano ter­mi­no­lo­gia e fun­zio­na­mento vi sba­gliate di grosso.

Lungi dall’essere di facile ed imme­diata frui­bi­lità come il cugino Face­book, Twit­ter si carat­te­rizza per essere un micro­blog­ging uti­liz­zato anche da pro­fes­sio­ni­sti e aziende, con una ter­mi­no­lo­gia e regole di inte­ra­zione del tutto par­ti­co­lari (nel web si tro­vano molti con­si­gli su come comportarsi…questo post, ad esem­pio, l’ho tro­vato molto simpatico!).

Inu­tile nascon­dere il mio disa­gio ini­ziale alla vista di quei tele­grammi cifrati, cor­re­dati da sim­boli e link, in una sequenza del tutto inu­suale. Anche quelli scritti in ita­liano non mi erano chiari, figu­ria­moci se espressi in inglese o mixati a parole inglesi: il caos.

Non so se capita anche a voi, ma quando non capi­sco qual­cosa mi arrab­bio e la rifiuto. Ecco, mi è capi­tato pro­prio que­sto. Mi chie­devo per­ché mai non potes­sero espri­mersi in un modo un po’ meno alieno…poi ho capito: il mes­sag­gio può con­te­nere solo 140 carat­teri e, si sa, non è facile espri­mere la pro­pria opi­nione in così poco spazio.

Mi ci sono voluti due mesi per pren­derne con­fi­denza e ancora oggi sto lavo­rando per riu­scire ad essere attiva, cioè non solo ripor­tare link e mes­saggi di altri o miei, ma instau­rare discorsi con fol­lo­wer e following.

A tutti coloro che voles­sero acco­star­visi e capirne l’utilizzo e la ter­mi­no­lo­gia di base con­si­glio di affi­darsi a qual­cuno che già lo usa. Solo suc­ces­si­va­mente ok a libri e libri­cini per appro­fon­dirne il fun­zio­na­mento. Per i primi passi  (“tweet“o cin­guet­tii) mi sono affi­data a Il pic­colo libro di twit­ter di Tim Col­lins, ma ci sono tanti altri testi più o meno appro­fon­diti sull’argomento.

Da non tra­scu­rare anche la fre­quenza di utilizzo…Avete un po’ di tempo? Se desi­de­rate diven­tare un po’ influenti, infatti, dovre­ste twit­tare tutti i giorni di ciò che più vi interessa.

Per­ché uti­liz­zare Twit­ter a livello pro­fes­sio­nale? Per acqui­stare visi­bi­lità; per con­di­vi­dere e dia­lo­gare di ciò che più inte­ressa con per­sone che hanno i mede­simi inte­ressi; per tenersi infor­mati, sco­prire siti, blog e blog­ger, pro­fes­sio­ni­sti da seguire e da cui farsi ispi­rare; per tro­vare arti­coli e infor­ma­zioni di cui si ha neces­sità o per un aggior­na­mento per­so­nale. Non ultimo, per discor­rere e com­men­tare con­ve­gni nel momento stesso in cui si stanno svol­gendo, gra­zie ad una parola chiave (hash­tag) che con­sente di acce­dere ad una comu­nità vir­tuale momen­ta­nea all’interno della quale poter scam­biare com­menti, idee e opi­nioni sull’evento in questione…insomma, una nar­ra­zione nella nar­ra­zione. Deci­sa­mente affa­sci­nante, non tro­vate? E allora lascia­tevi sedurre!

Dedi­cato ai miei col­le­ghi più scet­tici, ai miei amici più “unso­cial” e a tutti i diffidenti.

A pranzo con Deming… Posted by Andrea Belussi on 13 January 2012 ·

Imma­gine: Restau­rant di Hallenser

Era­vamo tutti riu­niti attorno al tavolo della sala for­ma­zione: pc mezzi chiusi, luce spenta e qual­cuno stava par­lando nel chiaro-scuro del fondo della sala.

Si discu­teva di nuove cono­scenze in campo lavo­ra­tivo e della neces­sità di acqui­sire nuovi con­tatti per creare reti di rela­zioni ad “uso com­mer­ciale”. La società per cui col­la­boro aveva appena stan­ziato un bud­get per ognuno di noi; scopo: uscire a pranzo con un contatto…ma chi? Ho comin­ciato a pen­sare a poten­ziali clienti, amici che avreb­bero potuto rive­larsi ganci impor­tanti  per i miei futuri lavori di consulenza.

Qual­che set­ti­mana più tardi, ragio­nando con il respon­sa­bile qua­lità di un’azienda cliente rela­ti­va­mente a dati di dif­fi­cile inter­pre­ta­zione,  mi balza un’idea in testa: uti­liz­zare il bud­get per il pranzo per por­tare fuori qual­cuno che i dati  “se li man­gia a colazione”.

Sapevo che era in città per qual­che giorno (con­fe­renze, visite ai musei, incon­tri con gli stu­denti e roba simile)… Insomma,  decisi di pro­varci. Detto, fatto. Ore 12.45, pranzo con­fer­mato : “Monaci Sotto le Stelle” con W.E. Deming.

Eccomi qui! Pio­vig­gina. Sono fuori dall’ingresso del risto­rante, in attesa che arrivi. Sono stra­na­mente poco agi­tato, cre­devo che sarebbe stato molto peg­gio, meglio così.

Eccolo. Ci sediamo al tavolo, ordi­niamo qual­cosa da bere e ini­ziamo a con­ver­sare del motivo dell’insolito invito, di cosa fac­ciamo nella vita, di quanto si ferma in Italia…

Lo guardo: è pro­prio come nelle foto, forse solo un po’ più Bri­tish e meno USA di quanto mi sarei aspet­tato, ma comun­que molto piacevole.

Gli sto rac­con­tando che nell’azienda cliente per la quale sto facendo con­su­lenza non so pro­prio da dove comin­ciare a siste­mare le cose, in che reparto agire prima, su cosa con­cen­trare i miei mag­giori sforzi…

Lui sta guar­dando da tutt’altra parte, come se non mi stesse ascol­tando — sono strani que­sti “ame­ri­cheni” e tutto ad un tratto se ne esce con una frase:

Andrea non hai mai pen­sato che se non sai dove stai andando, pro­ba­bil­mente arri­ve­rai da un’altra parte?”

Come scusi?” , e mi ripete la frase che cerco di cogliere e ana­liz­zare in ogni sua sfu­ma­tura, giu­sto per non fare la figura del cretino.

Molto titu­bante chiedo:  “Ma intende … ana­liz­zare i dati che pos­siamo rac­co­gliere, rispetto al pro­cesso che ci interessa?”

Si, più o meno. Hai mai sen­tito par­lare di SPC e varia­bi­lità?” mi chiede, e continua:

Par­tiamo dal pre­sup­po­sto che si voglia sem­pre miglio­rare, giu­sto? Spero che tu cer­chi di far que­sto nelle aziende in cui vai ”

Chiaro!! Pensi che la mis­sion della società di con­su­lenza per la quale lavoro è “cre­scere e far cre­scere”, quindi, alla sua domanda, mi sento di rispon­derle con un SI grosso come una casa”

Benis­simo, ora ti fac­cio un esem­pio pra­tico, ma devi fare ciò che ti dico: segna quanto tempo quel came­riere impiega, ogni volta, a por­tare gli ordini ai tavoli”

OK”, rispondo e comin­cio a scri­vere i tempi sul retro di un gior­nale, notando che sono molto simili l’uno all’altro.

Ad un tratto mi dice: “Guarda quel signore in fondo alla stanza, è visi­bil­mente alte­rato giu­sto? Ho visto che prima discu­teva con il came­riere per­ché il suo piatto è in ritardo e lui ha un appun­ta­mento tra poco.  Secondo te cosa può essere successo?”

Beh chia­ra­mente i casi sono 2: quel signore non ha pazienza, oppure è suc­cesso qual­cosa al came­riere o in cucina che ha ritar­dato la con­se­gna dell’ordine”

Esat­ta­mente, un qual­cosa di inat­teso ha por­tato un ritardo sulla con­se­gna del pasto di quell’uomo,  potremmo chia­marla una causa spe­ciale; ma come pos­siamo affer­mare que­sto, cioè il fatto che sia speciale?”

Mmm, eee, ci sono! Avendo scritto i tempi nor­mali di con­se­gna delle por­tate ai vari clienti, pos­siamo dire che quella por­tata è com­ple­ta­mente fuori dai tempi nor­mali e che quindi qual­che causa spe­ciale ha por­tato al ritardo!”

Bravo ragazzo, è pro­prio per quello”.

Nel frat­tempo, dopo un buon caffè, ci alziamo diretti verso la cassa e ovvia­mente pago io con il bud­get dell’ufficio.

Vedo che lui si avvi­cina al ragazzo in cassa (chia­ra­mente il pro­prie­ta­rio del locale) ed esclama:

Com­pli­menti dav­vero per l’ottima cucina e per l’accoglienza.. Ora potrei farti una domanda? Quando avete aperto il risto­rante, tra tutte le deci­sioni prese, avete anche deciso quanto tempo far aspet­tare i clienti tra una por­tata e l’altra?”

Lui risponde:” Chiaro che sì; per noi è fon­da­men­tale capire quanto il nostro cliente è pronto ad atten­dere prima di man­giare! Inol­tre, i tempi variano dal pranzo alla cena per ovvi motivi. Pos­siamo ancora miglio­rare, ma già abbiamo otte­nuto buo­nis­simi risultati”.

Salu­tiamo e appena fuori mi chiede: ”Hai sen­tito cosa ha detto il ragazzo? Pos­siamo ancora migliorare…Ma come secondo te?”

Io rispondo in modo un po’ vago, cer­cando di com­pren­dere cosa mi vuole dire tra le righe: “ Cer­cando di miglio­rare qual­che aspetto del ser­vi­zio, oppure acqui­stando qual­che nuovo mac­chi­na­rio da cucina, cer­cando di rior­ga­niz­zare la presa delle comande”

Le tue idee sono giu­ste, ma cosa inten­de­re­sti fare quindi? Cor­reg­gere e miglio­rare il pro­cesso che già di suo non ha pro­ble­ma­ti­che, quindi potremmo dire agendo sulle cause comuni e non speciali!!”

Lo rin­gra­zio per la lezione e ci salu­tiamo pro­met­ten­doci di rive­derci  presto.

Men­tre lo fisso andar­sene sotto la piog­gia, den­tro di me si fa chiaro un grande inse­gna­mento:  se so dove sto andando posso capire quando sto uscendo di strada e agire di con­se­guenza… per arri­vare dove voglio!

Gra­zie William.

A.B.

 

La forza dei contest aziendali, il nostro caso Posted by Manuela Crovato on 10 January 2012 ·

Imma­gine Racing! di jo-h

Già lo sapevo, ma ora ne ho la cer­tezza: il mio mae­stro ele­men­tare è ed è sem­pre stato più avanti di tutti gli altri inse­gnanti. Già nei lon­tani anni ’80, infatti, allie­tava le nostre gior­nate attra­verso una meto­do­lo­gia didat­tica ludica, di gara a premi per l’esecuzione di com­piti e atti­vità. Lo faceva per moti­varci e andare a scuola era dav­vero un piacere.

Che c’entra? Credo che la logica sia più o meno quella dei cosid­detti “Con­test” azien­dali: com­pe­ti­zioni a premi rivolte a dipen­denti e per­so­nale per avvi­ci­narlo, coin­vol­gerlo, appas­sio­narlo, moti­varlo

Ok, ma a che cosa? E per quali ragioni?

Lo scopo è quello di otte­nere solu­zioni ori­gi­nali e idee inno­va­tive, sfrut­tando i mec­ca­ni­smi della sana com­pe­ti­ti­vità e della pos­si­bile ricompensa.

Ebbene, anche in Pro­ject Group lo utilizziamo.

Ori­gi­na­ria­mente è stato il “wiki con­test”. Dal momento che nel 2010 era stata intro­dotta da pochi mesi la wiki azien­dale, per­ché non orga­niz­zare una com­pe­ti­zione per spro­nare i col­la­bo­ra­tori ad uti­liz­zare ed appren­dere il nuovo stru­mento? La con­se­gna richie­deva l’elaborazione di una pagina wiki dotata di pre­cise carat­te­ri­sti­che, este­ti­che e fun­zio­nali all’utilizzo delle infor­ma­zioni ripor­tate. Il coinvolgimento,soprattutto nella prima occa­sione, è stato totale e i premi in palio un vero suc­cesso: due i-pad, rispet­ti­va­mente per il primo e il secondo posto.

Dal mese scorso, non­ché dall’anno ormai pas­sato, il con­test ha abban­do­nato lo scopo ori­gi­na­rio per esten­dersi a quello dell’autoformazione indi­vi­duale. La richie­sta: leg­gere un testo a scelta, tra quelli della nostra biblio­teca e rela­zio­narlo attra­verso un post. La gara è stata pen­sata per spro­nare tutti i con­su­lenti a scri­vere un arti­colo per il blog, atti­vità che gene­ral­mente suscita forti resi­stenze. Pre­mio in palio: par­cheg­gio auto pri­vato della durata di tre mesi.

Il risul­tato, con­tra­ria­mente alle aspet­ta­tive, è stato di totale coin­vol­gi­mento, impe­gno e col­la­bo­ra­zione e ha frut­tato post dav­vero ori­gi­nali e di pia­ce­vole lettura.

Un unico e indi­scusso vin­ci­tore: “A pranzo con Deming”. Lungi dall’essere l’asettica recen­sione di una dispensa sul Con­trollo sta­ti­stico di pro­cesso, è un dia­logo infor­male tra il saggista-consulente sta­tu­ni­tense e un gio­vane discepolo…ma non voglio dire di più.

Que­sto e gli altri arti­coli con­cor­renti ver­ranno pub­bli­cati nelle pros­sime settimane.

A me non rimane che augu­rarvi buona lettura!

A Natale cosa mi regali? Posted by Manuela Crovato on 20 December 2011 ·

Christ­mas pre­sents under the tree

Per for­tuna esi­stono le ricer­che online…e la radio. L’altro giorno mi stavo giu­sto chie­dendo che ne sarebbe stato dei regali di Natale di quest’anno, causa crisi mone­ta­ria inter­na­zio­nale, et voilà, ecco la rispo­sta che aspet­tavo: sto gui­dando e un annun­cio radio­fo­nico riporta i risul­tati di una ricerca on line con­dotta da Viva­street– por­tale di annunci gra­tuiti– sulle prin­ci­pali ten­denze natalizie.

Beh, pare che più della metà degli inter­vi­stati (il 58%) abbia pen­sato di donare un ser­vi­zio, una neces­sità quo­ti­diana, come una serata di baby-sitting, un corso di inglese, una pic­cola ripa­ra­zione dome­stica, un’assistenza infor­ma­tica o di puli­zia dome­stica. Per quanto riguarda l’idea regalo nulla di nuovo (ricor­date il nostro post dell’anno scorso “Il regalo per i clienti”?); la novità sta nel fatto che una così grossa fetta di ita­liani opti per que­sto genere di pre­sente, in realtà ancora molto poco dif­fuso nella nostra penisola…almeno sino ad ora.

Sarà stata la crisi ad indi­riz­zare i più verso que­sta nuova solu­zione? D’altra parte un po’ di sana rifles­sione sulla limi­ta­zione allo sper­pero e al con­sumo insen­sato di oggetti inu­tili fa sem­pre bene…Tuttavia io uno sfi­zio me lo voglio togliere. Con­ce­de­temi l’acquisto di un sopram­mo­bile nata­li­zio super­fluo e anche un po’ kitch…uno solo. In fondo anche que­sto fa Natale, non credete?

Nice Guys Finish Last Posted by Manuela Crovato on 6 December 2011 ·

Imma­gine Rodrigo Sá via Gabriel Wic­k­bold — Série Nerd di Rodrigo Sá

Forse per voi nulla di nuovo, ma il titolo della ricerca “Nice Guys Finish Last” mi ha colpita:

  1. Uno, il titolo è lo stesso di una can­zone dei Green Day
  2. Due, che i bravi ragazzi fini­scano per ultimi mi ha inne­scato una gran voglia di rivalsa… (ebbene sì, anch’io mi reputo una brava ragazza e pro­prio a leg­gere que­sto non ci sto)

Lo stu­dio in que­stione desi­de­rava capire quali fos­sero gli effetti della gene­ro­sità– intesa come ten­denza a con­tri­buire al bene pub­blicosulle due dimen­sioni cri­ti­che dello sta­tus di una per­sona: repu­ta­zione e domi­nio.

Beh?

  • Essere egoi­sti o bel­li­ge­ranti a disca­pito degli altri dimi­nui­sce il rispetto e l’ammirazione altrui, ma aumenta la per­ce­zione della pro­pria dominanza
  • Essere altrui­sti può aumen­tare la noto­rietà, ma solo se si è selet­ti­va­mente gene­rosi con il pro­prio gruppo

Le per­sone gene­rose e altrui­ste sono per­ce­pite lea­der auspi­ca­bili nei con­te­sti non com­pe­ti­tivi, men­tre quelle più egoi­ste (che cer­cano di mas­si­miz­zare i loro gua­da­gni anche a disca­pito degli altri) sono pre­fe­rite in tempi di con­cor­renza. In pra­tica: quando il gioco si fa duro le per­sone desi­de­rano un indi­vi­duo domi­nante, in grado di gui­dare il gruppo. Gli indi­vi­dui più gen­tili e altrui­sti in situa­zioni di con­flitto, invece, riman­gono ultimi per­ché, sep­pur apprez­zati per il loro cari­sma, non sono con­si­de­rati abba­stanza forti per lot­tare (il che è anche comprensibile).

Tut­ta­via è altret­tanto vero che coloro che sono poco o per nulla gene­rosi e bene­voli sono con­dan­nati ad essere mal visti e mal sop­por­tati dagli altri.

Insomma, come al solito, meglio le mezze misure…anche se mi è sem­brato di capire che la domi­nanza goda di un piz­zico di vantaggio.

Quindi, forza nice guys, met­tia­moci al lavoro.

Ergonomia dell’ufficio, benessere e produttività Posted by Manuela Crovato on 1 December 2011 ·

Imma­gine Tom Fox­croft in the Tube Office

L’ergonomia di un uffi­cio è più impor­tante di quanto comu­ne­mente si creda. Un ambiente povero e squal­lido, cao­tico e disa­ge­vole può avere effetti molto nega­tivi sul benes­sere dei lavo­ra­tori e, quindi, sulla pro­dut­ti­vità. Al con­tra­rio, un ambiente con­for­te­vole con­tri­bui­sce ad aumen­tare la resa e a sco­rag­giare l’assenteismo.

A soste­nerlo, più di uno stu­dio con­dotto dal Bri­tish Coun­cil for Offi­ces– The impact of office design on busi­ness per­for­mance e Fle­xi­ble wor­king a myth for majo­rity of office employees- che ha indi­vi­duato, tra gli altri, i fat­tori ergonomico-strutturali utili per il benes­sere e la red­di­ti­vità dei lavoratori.

Attra­verso Wein­mann, autore di How your dingy office is hur­ting pro­duc­ti­vity– And how you can fix it, indi­vi­duiamo i principali.

Innan­zi­tutto la tem­pe­ra­tura della stanza. Fon­da­men­tale che l’ambiente di lavoro non sia nè troppo freddo, nè troppo caldo. Ok, lo ave­vamo già dedotto auto­no­ma­mente, ma una evi­denza scien­ti­fica è sem­pre utile. Uno stu­dio piut­to­sto recente effet­tuato dall’University of Tech­no­logy di Hel­sinki in Fin­lan­dia, ad esem­pio, ha dimo­strato che la tem­pe­ra­tura otti­male di un ambiente interno è di 22°C e che per ogni aumento di grado si veri­fica una dimi­nu­zione del 2% nell’efficacia lavorativa.

Secondo…la luce. Non quella arti­fi­ciale, si badi bene, bensì quella del sole. L’ufficio dovrebbe essere illu­mi­nato natu­ral­mente, for­nito di ampie fine­stre e/o lucer­nari. Una ricerca inte­res­sante a que­sto pro­po­sito è quella con­dotta in una scuola del sud della Cali­for­nia, con la quale si è voluto valu­tare la rela­zione tra luce solare e per­for­mance umane. Si è sco­perto che i ragazzi che erano sot­to­po­sti mag­gior­mente alla luce natu­rale (l’aula era dotata di lucer­nari e ampie fine­stre) pro­gre­di­vano del 20% più velo­ce­mente nella com­pren­sione della mate­ma­tica e del 26% più velo­ce­mente nella com­pren­sione del testo, rispetto ai com­pa­gni situati in stanze buie. Seb­bene lo stu­dio sia stato con­dotto su stu­denti, l’effetto bene­fico della luce natu­rale sulle capa­cità umane può essere esteso anche ai lavo­ra­tori più adulti.

Terzo…ascol­tare musica. L’impor­tanza della musica (soprat­tutto quella clas­sica) per lo svi­luppo dell’intelligenza e delle atti­vità cere­brali è piut­to­sto nota.Tra le diverse ricer­che a soste­gno di que­sta tesi ritro­viamo un recente stu­dio della Stan­ford Uni­ver­sity, con il quale si sarebbe dimo­strato quanto l’ascolto della musica aiuti ad essere cere­bral­mente pre­coci e abili a soste­nere l’attenzione. Inte­res­sante, a tale pro­po­sito, il sug­ge­ri­mento di Wein­mann di far ascol­tare la musica in uffi­cio, ognuno munito di cuf­fiette e per­so­nale com­pi­la­tion. Beh, una bella idea, non c’è che dire, ma un dub­bio mi rimane: siamo pro­prio sicuri che vada bene qual­siasi genere musi­cale? Non sono pre­fe­ri­bili brani di sola musica? Le can­zoni, soprat­tutto se can­tate nella mia lin­gua, mi hanno sem­pre distratta tantissimo…

Infine, tenere conto delle carat­te­ri­sti­che di ognuno nella costru­zione dell’ufficio e nella colo­ra­zione delle pareti. Uno stu­dio di Nancy Kwal­lek pub­bli­cato dalla new­slet­ter Infor­me­De­sign dell’University of Min­ne­sota ha con­fer­mato l’ipotesi secondo cui gli indi­vi­dui rea­gi­scono in modo dif­fe­rente ai mede­simi colori. Non potendo igno­rare il risul­tato della pro­pria ricerca, la Kwal­lek sug­ge­ri­sce ai datori di lavoro di inda­gare sull’effetto che i colori hanno sulla pro­dut­ti­vità dei pro­pri dipendenti/collaboratori, in modo da asse­con­dare il più pos­si­bile le loro carat­te­ri­sti­che. Certo, sarebbe inve­ro­si­mile tin­teg­giare le pareti di dieci colori diversi; tut­ta­via, il mes­sag­gio vuole essere quello di tenere conto sem­pre delle carat­te­ri­sti­che indi­vi­duali di coloro che vivono uno spa­zio, coin­vol­gen­doli anche in prima per­sona nella sua strutturazione.

Come sopravvivere ad un mondo che cambia Posted by Diego Bettazza on 28 November 2011 ·

 

Imma­gine Agile Pro­ject Management

 

  • Non sem­pre riu­sciamo a rispet­tare le date di consegna
  • Rispet­tare i bud­get è sem­pre più difficile
  • Non abbiamo un metodo per indi­vi­duare le priorità
  • I for­ni­tori sono spesso inaf­fi­da­bili in ter­mini di tempo e qualità

Di cosa stiamo par­lando? Delle lamen­tele di un’azienda sull’orlo della crisi?

No! Que­sti sono i sin­tomi del males­sere vis­suto quo­ti­dia­na­mente da tutte le orga­niz­za­zioni che ancora non hanno fatto lo sforzo di adat­tarsi a un mondo che cambia!

Oggi, infatti, le aziende devono affron­tare una con­cor­renza molto più aggres­siva rispetto al pas­sato e il con­te­sto impren­di­to­riale in cui ope­rano è assai tur­bo­lento, uno sce­na­rio che richiede uno sforzo e una mag­giore atten­zione sul per­corso neces­sa­rio alla con­cre­tiz­za­zione dei risultati.

Che fare quindi? Come fare a ren­dere lo sforzo dav­vero efficace?

E’ neces­sa­rio con­cen­trarsi, foca­liz­zare la pro­pria atten­zione evi­tando di disper­dere energie.

D’accordo, ma su quali elementi?

Le aziende sono oggi chia­mate a rea­liz­zare un pas­sag­gio mana­ge­riale epo­cale: quello da un lavoro “per com­piti” ad un lavoro per pro­getti e obiettivi.

Lavo­rare per obiet­tivi: cosa significa?

L’organizzazione per “com­piti” è costi­tuita da un insieme di atti­vità che riman­gono pres­so­ché costanti nel corso del tempo e che sono stret­ta­mente legate a una spe­ci­fica fun­zione azien­dale. Chiun­que rive­sta un certo ruolo svol­gerà uno stesso insieme di atti­vità nella quo­ti­dia­nità lavo­ra­tiva: ciò che fa oggi sarà fatto anche domani ed il mese successivo.

I pro­getti e il lavoro per obiet­tivi, al con­tra­rio, hanno un ini­zio ed una fine ben defi­nita, sono con­trad­di­stinti dall’esistenza di un obiet­tivo da rag­giun­gere, di un bud­get e di un insieme di risorse asse­gnate. Lavo­rare per pro­getti signi­fica essere moti­vati a per­se­guire degli obiet­tivi, col­la­bo­rando in modo crea­tivo, senza pro­ce­dure rigide pre­sta­bi­lite, inte­ra­gendo con gli altri com­po­nenti del team su basi pari­ta­rie e coo­pe­ra­tive e cer­cando di per­se­guire risul­tati van­tag­giosi per l’azienda nel suo com­plesso e non per le sin­gole fun­zioni aziendali.

Inte­res­sante vero? Ma come coor­di­nare que­sta nuova moda­lità di lavoro?

Attra­verso oppor­tune meto­di­che di gestione che pren­dono il nome di pro­ject mana­ge­ment, un approc­cio glo­bale foca­liz­zato sulla gestione dei progetti.

Tale orien­ta­mento è costi­tuito da meto­do­lo­gie e tec­ni­che per la pia­ni­fi­ca­zione e il con­trollo, mirate a razio­na­liz­zare le diverse fasi indi­spen­sa­bili per perseguire gli obiet­tivi pre­fis­sati; è una moda­lità orga­niz­za­tiva azien­dale che pri­vi­le­gia strut­ture ope­ranti per gruppi e tipi­ca­mente coor­di­nate da un lea­der: il pro­ject mana­ger. Figura car­dine per la gestione di un pro­getto, egli garan­ti­sce l’interazione tra i diversi attori coin­volti, la pia­ni­fi­ca­zione e il con­trollo e gesti­sce le dimen­sioni, le com­po­nenti e le varia­bili di pro­cesso, dall’ideazione degli obiet­tivi pro­get­tuali sino alla loro realizzazione.

Per con­clu­dere, un inte­res­sante rifles­sione da Indi­vi­dua­lità e Grup­pa­lità di Diego Napo­li­tani, sul vero senso e signi­fi­cato del progettare:

“Pro­get­tare” e “pro­iet­tare” nascono entrambi dal latino proi­cere, “get­tare avanti”, ma ciò che si “pro­ietta” è un desi­de­rio inten­zio­nato a modi­fi­care l’immagine dell’Altro e del pro­prio rap­porto con l’Altro, men­tre ciò che si “pro­getta” è una domanda che non mira a modi­fi­care l’Altro, ma il mondo, il senso del mondo, insieme con l’Altro.

Come mandare a ko la sofferenza sul lavoro Posted by Virginia Basiricò on 23 November 2011 ·

 

Imma­gine Boxe di Phgaillard

Siete con­vinti si possa e si debba lavo­rare senza fati­care? Beh, è il caso che vi ricre­diate per­ché pare non sia esat­ta­mente così.

Anzi, volendo pro­prio essere pre­cisi, è il caso di sot­to­li­neare che:

  1. Fati­che, stress e sof­fe­renze sono parte inte­grante della vita (e da qui non ci si scappa)
  2. Pro­met­tere, riven­di­care, chie­dere il benes­sere, soprat­tutto nei con­te­sti lavo­ra­tivi, non è rea­li­stico quando que­sto signi­fica assi­cu­rare la dimi­nu­zione della fatiche

E’ quanto emerso dalla gior­nata di Stu­dio svol­tasi lo scorso 18 Novem­bre a Milano dal titolo ” Paure, fati­che, sof­fe­renze ed illu­sioni: ipo­tesi d’intervento nelle situa­zioni di lavoro”. Un incon­tro dav­vero “illu­mi­nante”, che ha messo in luce l’inevitabilità della fatica (nella vita, come nel lavoro), ma anche la sua dege­ne­ra­zione nella sofferenza.

Eh sì, per­ché è nel momento in cui non riu­sciamo a dare un senso ai nostri sforzi che ci sen­tiamo afflitti, ed è l’afflizione che ini­bi­sce le per­sone e le depo­ten­zia e, come tale, va con­tra­stata. Ma come?

Avvi­ci­narsi

Innan­zi­tutto è neces­sa­rio entrare in con­tatto con le fati­che. Spesso gli affanni degli altri fanno paura e le resi­stenze sono mol­te­plici: il timore di sba­gliare, di essere invasi dalle ansie altrui, di farsi rubare ener­gie inutilmente.

All’interno di un per­corso di miglio­ra­mento orga­niz­za­tivo, il primo passo, che ho tro­vato spesso utile nei gruppi di lavoro, è stato quello di dare spa­zio ai giu­dizi, alle lamen­tele e alle emo­zioni. E’ a par­tire da tutti que­sti ele­menti, infatti, che si pos­sono scar­di­nare even­tuali pen­sieri disfun­zio­nali, che celano espe­rienze nega­tive o pro­blemi orga­niz­za­tivi e rela­zio­nali. Rinun­ciare a que­ste sto­rie signi­fica non incon­trare mai vera­mente chi vuole o può essere gui­dato fuori dalla crisi.

Com­pren­dere

Come sug­ge­ri­sce il ter­mine, si tratta di “pren­dere den­tro” di sé la fatica, cer­care di met­tersi nei panni dell’altro. Com­pren­dere come modo migliore per rico­no­scere e valo­riz­zare il pen­siero dell’altro e il suo punto di vista.

Costruire un esame di realtà

Signi­fica cer­care di co-costruire con l’interlocutore una nuova nar­ra­zione della realtà che:

  • tenga conto e ricon­duca a fatti concreti;
  • spo­gli i rac­conti di sem­pli­fi­ca­zioni e pro­ie­zioni (“è colpa del capo”, “è colpa del governo”);
  • dia un senso di limi­ta­tezza dei pro­blemi e ride­fi­ni­sca nuovi orizzonti.

Tale aspetto è quanto mai vero. Una volta rile­vati i disagi, il con­su­lente deve aiu­tare la per­sona “che vive una situa­zione di sof­fe­renza” a col­lo­care nello spa­zio e nel tempo i fatti, affin­ché pos­sano essere affer­ra­bili e misu­ra­bili e insieme costruire una sto­ria che dia una nuova prospettiva.

Assu­mersi respon­sa­bi­lità per svi­lup­pare Capability

Se si narra un pro­blema con­fe­rendo agli altri il ruolo di pro­ta­go­ni­sti, l’esito della sto­ria dipen­derà sem­pre da loro. La capa­bi­lity, ovvero la capa­cità di tro­vare e uti­liz­zare le pro­prie risorse in modo nuovo, dipende da quanto si è abili ad assu­mersi la respon­sa­bi­lità di una sto­ria, dive­nen­done il per­so­nag­gio principale.

Con­cen­trarsi sugli oggetti di lavoro e sul pia­cere di rico­no­scersi nei prodotti

Que­sto signi­fica che per uscire dalla pro­pria sof­fe­renza è oppor­tuno decen­trare la pro­pria atten­zione dalle rela­zioni, soprat­tutto quando disfun­zio­nali al pro­prio benes­sere, e con­cen­trasi sul pro­dotto finale (inteso anche come servizio).

Dif­fe­ren­ziare gli investimenti

Se sen­tiamo che la nostra iden­tità coin­cide con quella lavo­ra­tiva signi­fica che l’investimento sul lavoro è troppo alto e, di con­se­guenza, anche le attese. Dif­fe­ren­ziare gli inve­sti­menti, invece, signi­fica impa­rare a distin­guere le diverse forme di rico­no­sci­mento e di rea­liz­za­zione del pro­prio sé.

Valo­riz­zare le dimen­sioni nar­ci­si­sti­che e aggressive

In un con­te­sto di sof­fe­renza, non è fun­zio­nale ras­se­gnarsi al pati­mento. Un buon punto di par­tenza, a mio parere, è risco­prire que­gli elementi/situazioni che danno il pia­cere del rico­no­sci­mento per ciò che viene pen­sato o pro­dotto o offerto. Tale aspetto fa emer­gere le com­pe­tenze di cui si dispone e che rap­pre­sen­tano utili risorse dalle quali par­tire. Per con­tro è utile ragio­nare anche sugli ele­menti nega­tivi, poi­ché l’indignazione che sca­tu­ri­sce da una situa­zione in cui i più stanno male è salu­tare per impa­rare a dire no a deter­mi­nati comportamenti.

Coin­vol­gi­mento nella costru­zione di capi­tale sociale

Il senso del nostro agire, di quello che siamo e di quello che ci accade, si può sco­prire nella rela­zione con gli altri. E’ attra­verso la rela­zione che si cono­scono i con­fini del pro­prio modo di leg­gere la realtà ed è pro­prio a par­tire dagli altri che si risco­pre il senso stesso della libertà.

Il capi­tale delle rela­zioni è una risorsa fon­da­men­tale con cui con­fron­tarsi e rispec­chiarsi, da cui trarre nuove rispo­ste su sé stessi e sul mondo che ci circonda.

Osare

A tale pro­po­sito, signi­fi­ca­tiva è la frase pro­nun­ciata da uno dei rela­tori del con­ve­gno. Rubo e riporto: “Non pen­sate pen­sieri pre­pen­sati”; sce­gliete la “fatica di pen­sare” cose nuove, stra­te­gie alter­na­tive per rag­giun­gere i vostri orizzonti.

In con­clu­sione, desi­dero sco­mo­dare il buon vec­chio Ein­stein e rega­larvi una pic­cola parte delle sue rifles­sioni sul tema della crisi: “La crea­ti­vità nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le sco­perte, le grandi stra­te­gie. Chi supera la crisi supera sé stesso, senza essere superato”.

Il modello hamburger racconta la felicità Posted by Manuela Crovato on 16 November 2011 ·

Imma­gine Hap­pi­ness di St0rmz

Felicità…un bic­chiere di vino con un panino è la feli­cità” can­ta­vano Albano e Romina nei lon­tani anni ’80. Beh la que­stione è dav­vero molto vicina al pezzo, per­ché oggi vor­rei par­larvi del modello ham­bur­ger, altri­menti noto come il modello della feli­cità teo­riz­zato da Tal Ben-Shahar nel suo libro “Più felice”.

Il modello in que­stione nasce più o meno così: l’autore, gio­ca­tore di squash a livello ago­ni­stico, rac­conta di quella volta in cui, in occa­sione di uno dei tor­nei più impor­tanti dell’anno, decide di pre­pa­rarsi all’evento con una dieta par­ti­co­lar­mente sana, nel mese pre­ce­dente la gara, ripro­met­ten­dosi una ricom­pensa di cibo spaz­za­tura nei giorni imme­dia­ta­mente successivi.

Tut­ta­via, pro­prio quando sta per con­ce­dersi quat­tro ham­bur­ger, sente di non desi­de­rarli più. Come mai? La sen­sa­zione di benes­sere acqui­sito con la cor­retta ali­men­ta­zione è così forte, che il pen­siero di sen­tirsi affa­ti­cato, a seguito dell’imminente abbuf­fata, lo fa desi­stere. Ed è pro­prio qui che nasce la sua teoria.

Con­si­dera cia­scun panino come il modello di un par­ti­co­lare arche­tipo di feli­cità:

  • il più gustoso rap­pre­senta l’arche­tipo edo­ni­sta: que­sto indi­vi­duo gode di un bene­fi­cio imme­diato (nella meta­fora, il pia­cere deri­vante dal gusto), ma anche di un futuro disa­gio (sem­pre in meta­fora, il males­sere fisico con­se­guente); vive per­se­guendo il pia­cere pre­sente per rifug­gire il dolore, senza valu­tare però le pos­si­bili con­se­guenze delle pro­prie azioni;
  • il vege­ta­riano rap­pre­senta l’arche­tipo car­rie­ri­sta: tale indi­vi­duo bene­fi­cia di un benes­sere futuro (in meta­fora, la salute e la forma), a disca­pito di quello pre­sente (sem­pre in meta­fora, il gusto è piut­to­sto insi­pido e non favo­ri­sce il godi­mento); sof­fre adesso per una ricom­pensa futura;
  • l’hamburger insi­pido e mal­sano rap­pre­senta l’arche­tipo nichi­li­sta: que­sto sog­getto non gode né di un bene­fi­cio pre­sente (in meta­fora, un gusto pes­simo), né di uno futuro (sem­pre in meta­fora, males­sere fisico); ha perso il pia­cere di vivere nel pre­sente e non vede mete allet­tanti per il pro­prio futuro;
  • l’hamburger sapo­rito e sano rap­pre­senta la per­sona felice: sce­glie ed ese­gue atti­vità pia­ce­voli per lui ( in meta­fora, il pia­cere deri­vante dal gusto), con la con­sa­pe­vo­lezza che lo con­dur­ranno ad un futuro altret­tanto sereno e sod­di­sfa­cente (sem­pre in meta­fora, il benes­sere, la salute e la forma).

E’ pro­prio quest’ultimo modello quello che il testo ci vuole aiu­tare a seguire e incar­nare, sot­to­li­neando due aspetti fon­da­men­tali da cui non si può prescindere:

  1. L’auten­tica feli­cità è quella che dura nel tempo
  2. Si ottiene solo se il per­corso che ci con­duce alla meta tanto ago­gnata è esso stesso fonte di godi­mento.

Insomma, pen­sando al lavoro per esem­pio, non solo dovremmo aver ben pre­sente ciò che desi­de­riamo dav­vero diven­tare (uno scrit­tore? un mana­ger? un inse­gnante? un medico? un avvo­cato?), ma dovremmo trarre godi­mento dalle atti­vità che costi­tui­scono l’essenza stessa di tali figure (quindi scri­vere, orga­niz­zare e gestire, inse­gnare, curare…).

Mi rendo conto che il tema feli­cità è estre­ma­mente com­plesso, ma se vor­rete leg­gere inte­gral­mente il testo (e io ve lo con­si­glio viva­mente) godrete di una trat­ta­zione effi­cace, pra­tica, chiara e non banale di ciò che signi­fica vivere. Serenamente.

 

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