Ho scoperto l’Elevator Pitch Posted by Manuela Crovato on 11 May 2012 ·

 

Imma­gine di FullCodePress

Ele­va­tor Pitch…vi dice niente que­sto ter­mine? Se qual­cuno me lo avesse pro­nun­ciato solo una set­ti­mana fa l’avrei guar­dato con aria stra­nita. No, non è una paro­lac­cia, qui si parla di mar­ke­ting e pro­mo­zione (di sé stessi, della pro­pria società, del pro­prio busi­ness).

La let­te­ra­tura lo defi­ni­sce una “forma di comu­ni­ca­zione con cui ci si pre­senta, per motivi pro­fes­sio­nali, ad un’altra per­sona o orga­niz­za­zione”. Lo si può tro­vare in forma scritta, ma anche sotto forma di video. Il senso di que­sto nome è subito spiegato:

 “Ele­va­tor signi­fica ascen­sore e l’ Ele­va­tor Pitch è il discorso che un impren­di­tore farebbe ad un inve­sti­tore se si tro­vasse per caso con lui in ascen­sore. L’imprenditore si tro­ve­rebbe costretto a descri­vere sé e la pro­pria atti­vità sin­te­ti­ca­mente, chia­ra­mente ed effi­ca­ce­mente per con­vin­cere l’investitore ad inve­stire su di lui, ma nei limiti di tempo impo­sti dalla corsa dell’ascensore”.

Ok, ma come ela­bo­rarlo?

In “How to Write an Ele­va­tor Speech” si tro­vano con­si­gli dav­vero utili:

  • descri­vere cosa si vuole vendere/promuovere senza entrare nei dettagli;
  • espli­ci­tare: a chi ci si rivolge e a quale mer­cato; qual è il pro­prio modello di busi­ness; chi è la con­cor­renza e qual è il pro­prio van­tag­gio com­pe­ti­tivo;
  • rac­con­tare un po’ di sé e della pro­pria squa­dra e i risul­tati rag­giunti sino a quel momento.

Lo stesso arti­colo, inol­tre, for­ni­sce altre dritte dav­vero valide.

Ad esem­pio, con­si­glia di pre­ve­dere (all’inizio dell’Elevator Pitch) un “gan­cio”, ovvero una domanda o una dichia­ra­zione par­ti­co­lare in grado di susci­tare curio­sità e inte­resse; men­tre, nel momento di chiu­sura, sug­ge­ri­sce di for­mu­lare una richie­sta (ad esem­pio si potrebbe richie­dere il biglietto da visita all’interlocutore).

Inu­tile dire che ci si deve met­tere pas­sione e con­cen­trarla tutta in pochis­simo tempo: dai 60/120 sec ad un mas­simo di 5 minuti.

Se, nono­stante tutto, non avete ancora capito esat­ta­mente cosa sia (non vi bia­simo, qui da noi ha creato non pochi misun­der­stan­ding), potrebbe esservi pre­zioso  l’articolo “L’elevator pitch: l’arte di comu­ni­care un’idea in modo effi­cace e in pochi secondi”, che oltre a defi­ni­zione e carat­te­ri­sti­che dello stru­mento in oggetto, for­ni­sce tre video di esem­pio e un tem­plate della Har­vard Busi­ness School che aiuta a costruirne uno

passo passo. Che ne dite, ci proviamo?

Chiedere un retweet o un “Mi piace” è così sbagliato? Posted by Manuela Crovato on 3 May 2012 ·

Imma­gine di Denis Dervisevic

Pro­blema di chiun­que scriva per un blog è quello di essere letto, seguito, apprez­zato. La ten­denza, secondo l’autore di “Chie­dere un ret­weet o di clic­care su “Mi piace” non è mar­ke­ting”, è quella di ele­mo­si­nare ret­weet o gra­di­mento, pra­ti­cando una “ven­dita” dura e for­zata del pro­prio pro­dotto, otte­nere traf­fico chie­den­dolo esplicitamente.

La let­tura, invece, dovrebbe essere spon­ta­nea, basata sul reale inte­resse dell’interlocutore per il con­te­nuto esposto.

Allora come fare? A parer suo, i let­tori pre­stano atten­zione ai post quando chi scrive offre:

  • cose utili da utilizzare;
  • pareri pre­va­len­te­mente posi­tivi su ciò che si potrebbe fare in futuro;
  • discus­sioni su qual­cosa di dif­fe­rente che non sia già chiacchierato;
  • la pos­si­bi­lità di uti­liz­zare que­ste infor­ma­zioni per le pro­prie esigenze.

Con­cordo pie­na­mente, anche per­ché con me ha fun­zio­nato! Il titolo del post mi ha incu­rio­sita e il con­te­nuto si è rive­lato utile a ciò che svolgo abitualmente…Aggiungerei, però, un altro punto: scri­vere di curio­sità, fatti o cose stra­va­ganti. Esi­ste, infatti, anche la let­tura di pia­cere, quella fine a sé stessa, svolta per pas­sa­tempo o per puro desi­de­rio di conoscenza.

In linea di prin­ci­pio ciò che l’autore dice è asso­lu­ta­mente con­di­vi­si­bile: è giu­sto, bello e pre­fe­ri­bile essere apprez­zati spon­ta­nea­mente e non sotto espli­cita richiesta.

Tut­ta­via, a mio parere, dipende sem­pre da che tipo di richie­sta si tratta, ma soprat­tutto da chi pro­viene. Chie­dere agli amici più stretti di leg­gere e met­tere un “mi piace” al pro­prio post mi sem­bra fat­ti­bile (in fondo per­ché le per­sone vicine non dovreb­bero soste­nerci?). Certo, non chie­dia­molo per que­stioni eti­ca­mente sco­mode o che sap­piamo che l’interlocutore, per diverse ragioni, non potrà con­di­vi­dere. E’ bene che risulti un con­si­glio e non un’imposizione (“Sai che ho scritto que­sto arti­colo? Prova a leg­gerlo”.…..); e non dimen­ti­chia­mo­celo mai: mas­simo rispetto per l’eventuale rifiuto!

Donne e Business Posted by Manuela Crovato on 26 April 2012 ·

Imma­gine di Search Engine Peol­ple Blog

Le rifles­sioni sono di Car­rie Hind­marsh, CEO dell’agenzia di pub­bli­cità M&C Saat­chi, non­ché giu­dice ai Clic­quot Busi­ness Women of the Year Awards. Dall’alto dei suoi 21 anni di espe­rienza nel set­tore pub­bli­cità e busi­ness nell’articolo “Five Les­sons About Women in Busi­ness” dice la sua su donne e business.

Innan­zi­tutto, ci dice l’autrice, viva le dif­fe­renze! Quelle tra uomo e donna e quelle tra donna e donna. Un’affermazione forse poco ori­gi­nale, ma asso­lu­ta­mente vera e fondamentale.

Sep­pure gli uomini occu­pino la mag­gior parte dei più alti livelli gerar­chici di società e aziende, non ha alcun senso emu­larli, scim­miot­tarne le carat­te­ri­sti­che per “raggiungerli”.

Le donne, sep­pur dif­fe­renti tra loro, pos­sie­dono pecu­lia­rità che vanno valorizzate…Una su tutte: l’intel­li­genza emo­tiva, ovvero la capa­cità di rico­no­scere, uti­liz­zare, com­pren­dere e gestire in modo con­sa­pe­vole le pro­prie ed altrui emo­zioni; essere umili, diver­tenti, intui­tivi ed empa­tici, tutte carat­te­ri­sti­che che si dovreb­bero tro­vare in una “busi­ness per­son”.  Tipi­ca­mente fem­mi­nile, non è un caso che l’intelligenza emo­tiva, in pas­sato, sia stata con­si­de­rata di minor impor­tanza rispetto a quella  “tra­di­zio­nale” (d’altra parte, si sa, di intel­li­genza non ce n’è una sola, e Gard­ner docet).

Altro aspetto con­si­de­rato spe­ci­fi­ca­ta­mente fem­mi­nile è l’atten­zione alle risorse umane e alla loro for­ma­zione.

Troppo spesso i mana­ger hanno inter­pre­tato e inter­pre­tano la valu­ta­zione dei dipen­denti e dell’organizzazione come un sem­plice lavoro di rou­tine, che passa attra­verso la com­pi­la­zione di imper­so­nali test cro­cet­tati. For­tu­na­ta­mente oggi la ten­denza sta cam­biando e il busi­ness con­si­dera valu­ta­zioni e feed­back stru­menti sem­pre più indi­spen­sa­bili per inda­gare le reali capacità/necessità/aspirazioni dei dipen­denti; un’attenzione auten­tica alle pro­prie risorse, che con­sente all’organizzazione di rea­liz­zare le loro aspi­ra­zioni e, di con­se­guenza, il pro­prio suc­cesso. 

La crea­ti­vità, fat­tore indi­spen­sa­bile per ogni atti­vità commerciale/pubblicitaria che si rispetti, non manca certo al genere fem­mi­nile, come anche la capa­cità di adat­tarsi ai con­ti­nui cam­bia­menti pur rima­nendo ade­renti ai prin­cipi dell’organizzazione.

Dun­que? Appu­rato che le dif­fe­renze di genere esi­stono, le carat­te­ri­sti­che fem­mi­nili sono valide e ric­che tanto quanto quelle maschili…e ciò signi­fica una cosa sol­tanto: che le donne, al pari dei col­le­ghi uomini, hanno il diritto, ma soprat­tutto le capa­cità per rico­prire anche le posi­zioni più alte dell’organigramma aziendale.

Lavorare in piccoli gruppi può rendere più stupide? Posted by Manuela Crovato on 18 April 2012 ·

Imma­gine di Ahle feldt Laurvig

Situa­zioni di pic­colo gruppo, come le riu­nioni di lavoro, pos­sono far dimi­nuire il Quo­ziente Intellettivo.…soprattutto quello delle donne (?!). Vedo già i maschietti sor­ri­dere, con l’aria di chi sa già e lo ha sem­pre saputo…Alt! Andiamo con ordine.

Il risul­tato è stato otte­nuto a seguito di uno stu­dio con­dotto dagli scien­ziati del Vir­gi­nia Tech Cari­lion, Isti­tuto di ricerca e Scuola di medi­cina sta­tu­ni­tense, che desi­de­ra­vano capire quale fosse l’influenza del pic­colo gruppo sociale (le con­se­guenze det­tate dal farvi parte) sulle capa­cità cogni­tive dei componenti.

I ricer­ca­tori hanno con­dotto i loro studi su stu­denti uni­ver­si­tari di entrambi i generi, presi a cam­pione tra quelli che pos­se­de­vano un QI simile e media­mente alto.

Suc­ces­si­va­mente sono stati sot­to­po­sti ad atti­vità cogni­tive, in gruppi da 5.

Risul­tato: l’ “essere in gruppo” ha influen­zato nega­ti­va­mente il QI di alcuni esa­mi­nati. Cosa è suc­cesso “nel cer­vello” di que­sti soggetti?

Sot­to­po­sti a riso­nanza magne­tica, si è evi­den­ziata atti­vità cere­brale nell’amigdala (zona depu­tata alle emo­zioni), men­tre si è regi­strata una forte dimi­nu­zione di lavoro nella cor­tec­cia pre­fron­tale (depu­tata al ragio­na­mento) con una con­se­guente dimi­nu­zione nell’abilità di pro­blem solving.

Dato inte­res­sante: il feno­meno si è veri­fi­cato soprat­tutto nelle donne. Come mai? L’ipotesi è che le donne, essendo per natura più sen­si­bili, sareb­bero mag­gior­mente suscet­ti­bili e influen­za­bili dalla pre­senza dell’altro.

La pre­sente ricerca offre ric­chi spunti per ulte­riori appro­fon­di­menti. Uno su tutti: la neces­sità di valu­tare l’intelligenza con­te­stua­liz­zan­dola, ovvero pren­dendo in con­si­de­ra­zione il con­te­sto nel quale il sog­getto è chia­mato ad ope­rare, per poi indi­vi­duare ambienti favo­re­voli al ren­di­mento, da ripro­durre, incen­ti­vare e promuovere!

 

Buona Pasqua! Posted by Project Group on 3 April 2012 ·

Chocolate’s cros­swords

Cioc­co­verba” made in Pro­ject per augu­rarvi una buo­nis­sima Pasqua!
(sca­rica la ver­sione ppt)

 

Frasi

Oriz­zon­tali

1– Rende l’uovo più buono; 7– Lavo­riamo per e…il cliente ; 8– E’ una migra­zione; 12– E’ un mar­chio, ma non è una marca; 13– Buona…a tutti; 16– E’ l’antenato di “Hey­Tell”; 18– La pace in bota­nica; 21– Moneta Unica Euro­pea; 22– L’inizio e la fine di Pasqua; 23– Chi è a dieta non può farlo; 24– L’inizio della ron­dine; 26– Alle volte è pub­blico, altre è accre­di­tato, ma è sem­pre com­pe­tente; 28– L’output non può pro­prio farne a meno; 31– Dal 2008 non sono più ispet­tive; 33– Misu­rano luce e orga­niz­za­zioni; 34– Tra­sporta il san­gue con ironia

Ver­ti­cali

1– Cre­scere e far…; 2– Polo, ma allo spec­chio; 3– Spese ope­ra­tive per Mr Bean; 4– Le azioni che cor­reg­gono; 5– Una teo­ria “vin­co­lata”; 6– Fini­sce l’organizzazione; 9– Pre­po­si­zione sem­plice; 10– Sistema ope­ra­tivo per iPad, ma senza la “i”; 11– “Cool” a Bre­scia; 14– Alle volte è in “buon” rap­porto con il prezzo; 15– Asso­cia­zione Indu­striale Bresciana; 17– …Pasqua a tutti; 19– Spa­ven­tano a morte i com­pu­ter; 20– “Bocca” in latino; 25– Tutte le orga­niz­za­zioni ne hanno una; 27– Un ente di cer­ti­fi­ca­zione tede­sco; 29– Cer­chiamo di dare qual­cosa ai nostri clienti in…; 30– E’ la città del cioc­co­lato; 32– Pre­fisso che rende nega­tivo un modo opportuno

 

Ps. I risul­tati dopo la Pasqua!

Teorizzare la stupidità Posted by Manuela Crovato on 21 March 2012 ·

Mai come que­sta volta ho temuto di scri­vere qual­cosa di vera­mente stupido…sarebbe stato quanto meno “paradossale”…non cre­dete? Ok, al bando tutte le ansia da pre­sta­zione, cer­cherò di scri­vere qual­cosa di “non stu­pido” (intel­li­gente mi sem­bra troppo) e che Dio me la mandi buona…Eh sì per­ché, come si può ben intuire dal titolo, il tema è la stu­pi­dità umana.

Tutti noi ne abbiamo fatto espe­rienza nella vita, ma qual­cuno si è addi­rit­tura pre­mu­rato di ela­bo­rarne una vera e pro­pria teo­ria.

Si tratta di Carlo M. Cipolla, pro­fes­sore di Sto­ria Eco­no­mica a Ber­kley, che ha for­mu­lato le leggi della stu­pi­dità umana, che riporto come da sag­gio “Le leggi fon­da­men­tali della stu­pi­dità umana”.

1) Sempre e ine­vi­ta­bil­mente ognuno di noi sot­to­va­luta il numero degli indi­vi­dui stu­pidi in circolazione:

a) per­sone che repu­tiamo razio­nali ed intel­li­genti all’improvviso risul­tano essere stu­pide senza ombra di dubbio;

b) giorno dopo giorno siamo con­di­zio­nati in qua­lun­que cosa che fac­ciamo da gente stu­pida che inva­ria­bil­mente com­pare nei luo­ghi meno opportuni.

E’ impos­si­bile sta­bi­lire una per­cen­tuale, dato che qual­siasi numero sarà troppo piccolo.

2) La pro­ba­bi­lità che una certa per­sona sia stu­pida è indi­pen­dente da qual­siasi altra carat­te­ri­stica della stessa per­sona; spesso ha l’aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbas­sare la guardia.

Non si può tro­vare nes­suna dif­fe­renza del fat­tore Y nelle razze, con­di­zioni etni­che, edu­ca­zione, con­di­zione sociale, genere…

3) Una per­sona stu­pida è chi causa un danno ad un altra per­sona o gruppo di per­sone senza nel con­tempo rea­liz­zare alcun van­tag­gio per sé o addi­rit­tura subendo una perdita.

4) Le per­sone non stu­pide sot­to­va­lu­tano sem­pre il poten­ziale nocivo delle per­sone stu­pide. Dimen­ti­cano costan­te­mente che in qual­siasi momento, e in qual­siasi cir­co­stanza, trat­tare e/o asso­ciarsi con indi­vi­dui stu­pidi si dimo­stra infal­li­bil­mente un costo­sis­simo errore.

5) La per­sona stu­pida è il tipo di per­sona più peri­co­losa che esista.

Que­sta è pro­ba­bil­mente la più com­pren­si­bile delle leggi per la cono­scenza comune che la gente intel­li­gente, per quanto pos­sano essere ostili, sono pre­ve­di­bili men­tre gli stu­pidi non lo sono.

Affer­ma­zioni tutte con­di­vi­si­bili, tut­ta­via sento di dovere un’aggiunta del tutto per­so­nale alla legge 4: “Le per­sone non stu­pide sot­to­va­lu­tano spesso il poten­ziale nocivo dei ban­diti”, dove, per ban­diti, Cipolla intende per­sone che creano van­tag­gio per sé stesse, arre­cando danno a qual­cun altro…o, in que­sto caso, le per­sone soli­ta­mente non stu­pide lo sono state, per quell’occasione soltanto?

Se così fosse sarebbe avval­lato il Corol­la­rio di Livra­ghi alla prima Legge di Cipolla, che afferma: “In ognuno di noi c’è un fat­tore di stu­pi­dità, che è sem­pre più grande di quanto supponiamo”…ma meno grande se ne abbiamo coscienza-  “le per­sone stu­pide non sanno di esserlo” ci dice il Pro­fes­sore, e lo penso anch’io.

Il team building..che funziona Posted by Manuela Crovato on 15 March 2012 ·

Imma­gine di Michael Cardus

Con il ter­mine Team buil­ding (la costru­zione del gruppo) ci si rife­ri­sce a quell’insieme di atti­vità ludico-ricreative utili alla costi­tu­zione di un gruppo di per­sone. E’ un approc­cio for­ma­tivo uti­liz­zato molto spesso nelle realtà azien­dali allor­quando vi sia un gruppo in crisi, sotto stress, non effi­ciente o sem­pli­ce­mente for­mato da poco tempo; con­sente, infatti, una cono­scenza pro­fonda dei pro­pri col­le­ghi, un aumento di fidu­cia reci­proca, col­la­bo­ra­zione e coo­pe­ra­zione e la crea­zione di con­te­sti lavo­ra­tivi pia­ce­voli e solidali.

Si spa­zia dalla cucina, allo sport di squa­dra, alla musica (suono e canto corale), ai grandi gio­chi come la cac­cia al tesoro, ai viaggi…con un costante deno­mi­na­tore comune: fare qual­cosa, insieme.

Julie Rains, autrice dell’articolo Team Buil­ding Acti­vi­ties That Actually Work, ci omag­gia di alcuni esempi di un approc­cio di que­sto tipo, che pos­sono diven­tare un utile spunto per nostri inter­venti e future attività.

Hea­ther Ben­nett, vice pre­si­dente Mar­ke­ting di M5 Net­works, ad esem­pio, ha asse­rito di aver otte­nuto molti gua­da­gni per l’aumento delle ven­dite a seguito delle atti­vità di team buil­ding pro­mosse dalla stessa azienda. I dipen­denti, a seguito di lezioni di musica, hanno dovuto costi­tuire dei gruppi musi­cali, suo­nare insieme e par­te­ci­pare ad una com­pe­ti­zione finale. Gli obiet­tivi di tali eser­cizi di squa­dra erano quelli di far spe­ri­men­tare abi­lità che richie­des­sero tempo e pazienza (le stesse qua­lità utili per la cre­scita delle loro com­pe­tenze) e che fos­sero in grado di miglio­rare la loro capa­cità di adat­ta­mento  in situa­zioni di ele­vata mute­vo­lezza (il mer­cato stava cam­biando dav­vero e avreb­bero dovuto impa­rare a misu­rarsi con situa­zioni nuove e sem­pre diverse).

Altro caso, quello di Andrea Man­fredi, fon­da­tore e CEO di Super­Mo­ney. Gli eventi pro­get­tati si svol­ge­vano al ter­mine della gior­nata lavo­ra­tiva: i dipen­denti veni­vano por­tati in una zona remota e fatti gio­care fino al mat­tino; al sor­gere del sole erano con­cesse loro un paio d’ore di sonno, per poi essere “rispe­diti” in uffi­cio intorno alle 10. Risul­tato? A detta dell’azienda i dipen­denti erano stan­chi, ma ave­vano impa­rato a lavo­rare insieme in un con­te­sto stres­sante. Per­ché tutta que­sta “sof­fe­renza” impo­sta? Pare che le situa­zioni dif­fi­cili, se supe­rate insieme, favo­ri­scano la coe­sione e l’affiatamento (effetto ampli­fi­cato, se la sfida viene con­dotta durante ore inusuali).

Per quanto ci riguarda, anche noi abbiamo coin­volto alcune delle nostre aziende clienti in team buil­ding days: per l’occasione abbiamo sco­mo­dato rugby, raf­ting, canto, la cucina, ma anche il più intro­spet­tivo emo­tio­nal team buil­ding, fina­liz­zato al  mag­giore con­trollo della pro­pria emo­ti­vità, nella rela­zione con l’altro.

Anche in Pro­ject, ogni tanto, ci diamo al team buil­ding fuori porta: qual­che giorno al mare, una gior­nata sulla neve. Inu­tile dire che que­ste ini­zia­tive tro­vano sem­pre con­senso una­nime e aiu­tano a ricom­porre il gruppo, quo­ti­dia­na­mente diviso dagli impe­gni lavorativi.

In fondo, come ci sug­ge­ri­sce la sag­gezza bud­d­hi­sta, “Qual è il suono di una sola mano che applaude?”…Ahimè nessuno.

L’8 Marzo non è una festa Posted by Manuela Crovato on 8 March 2012 ·

 

Imma­gine di pizzodisevo

Durante la mia let­tura gior­na­liera di arti­coli e post dal mondo del web e dell’editoria, sono stata atti­rata da que­sto titolo: “Festa della donna– L’8 Marzo: una festa ese­cra­bile”.

Con tutto il rispetto per il pen­siero altrui, non sento di con­di­vi­dere tale affer­ma­zione. Cono­sciamo bene tutti l’origine di tale com­me­mo­ra­zione (per lo meno me lo auguro)…perché di tale cosa si tratta: una gior­nata dedi­cata al genere fem­mi­nile, che sto­ri­ca­mente ha visto negate per sé libertà e subìto repres­sioni di vario tipo.

Dun­que, innan­zi­tutto, un appunto nella ter­mi­no­lo­gia: non si tratta di una festa! Non c’è nulla da festeg­giare, piut­to­sto qual­cosa da commemorare.

Altra con­si­de­ra­zione: oggi, in Occi­dente, la con­di­zione fem­mi­nile è net­ta­mente miglio­rata, sep­pur vi siano ancora stra­sci­chi di disu­gua­glianza ille­git­tima nel campo lavo­ra­tivo, poli­tico,  ecc., men­tre in altre zone della terra la situa­zione sem­bra essere ben più grave.

Ciò che, a parer mio, dovrebbe essere con­dan­nato– que­sto asso­lu­ta­mente sì — è la dege­ne­ra­zione dell’8 Marzo, il suo risvolto com­mer­ciale e ludico (penso agli spo­glia­relli), che nulla ha a che vedere con il senso ori­gi­na­rio di que­sta celebrazione.

Arrivo al punto. Credo sia impor­tante ricor­dare la donna in nome di tutte quelle che per ragioni cul­tu­rali e geo­gra­fi­che non pos­sono godere delle mede­sime libertà e diritti.

Dun­que, viva l’8 marzo!…a ricordo dei soprusi pas­sati e di quelli ancora subìti da una grande fetta della popo­la­zione fem­mi­nile mondiale.

Il tunnel del multitasking Posted by Cristina Recenti on 7 March 2012 ·

Imma­gine di Urs Steiner

Devo a un com­pa­gno di uni­ver­sità la sco­perta del tun­nel della maio­nese, ho sem­pre avuto ben pre­sente quello della nutella, da qual­che anno sono uscita dal tun­nel delle siga­rette e da quello (molto più dan­noso) della tele­vi­sione, ma il tun­nel del mul­ti­ta­sking sem­bra dav­vero il più duro, per me, da debellare!!!

E non mi con­for­tano nep­pure gli studi che sosten­gono che, in fondo, il mul­ti­ta­sking mana­ge­riale è un fat­tore cor­re­lato posi­ti­va­mente con la red­di­ti­vità di impresa (vedi arti­colo di otto­bre dell’Harvard Busi­ness Review) o gli entu­sia­stici soste­ni­tori del mul­ti­ta­sking come sino­nimo di libertà, col­la­bo­ra­zione e crea­ti­vità (vedi arti­colo di wired).

Sarà anche bello il mul­ti­ta­sking, sarà anche pro­dut­tivo, sarà anche diver­tente, sarà anche moderno.….ma è dav­vero un delirio!!!

Parlo, leggo, penso, scrivo, ascolto quasi con­tem­po­ra­nea­mente e con più mezzi, con più per­sone, in più luoghi.

Ma sono dav­vero io quella che lo fa, dal momento che, spesso, a fine gior­nata mi chiedo: dove sono stata? quali posi­zioni ha assunto il mio corpo? che tipo di respi­ra­zione ho avuto? ma soprat­tutto...io… c’ero?!?

E allora non mi rimane che affi­darmi al pro­dotto del mio lavoro come prova della mia esi­stenza e se pro­prio è stata una gior­nata così così sono certa che almeno una qual­che e-mail allon­ta­nerà le mie crisi d’identità..perlomeno quelle dell’identità digitale!!!

I social network. A tavola. Posted by Manuela Crovato on 5 March 2012 ·

 

Imma­gine di Garry Knight

I social media stanno cam­biando il nostro modo di man­giare”. E’ que­sto, in sostanza, il risul­tato della nuova ricerca ame­ri­canaClicks & Cra­vings. The Impact of Social Tech­no­logy on Food Cul­ture”, con la quale l’Hartman Group ha deciso di inda­gare l’impatto dei social media sulla cul­tura e le abi­tu­dini ali­men­tari dei fruitori.

Lo stu­dio è stato con­dotto su un cam­pione di con­su­ma­tori ame­ri­cani tra i 18 e i 64 anni ed è stato rile­vato che quasi la metà degli inter­vi­stati acqui­si­sce infor­ma­zioni e noti­zie sul cibo da social net­work come twit­ter e face­book, men­tre il 40% le ricava da siti web, appli­ca­zioni e blog. I social net­work, infatti, pro­prio per la loro carat­te­ri­stica, sono il mezzo ideale per infor­marsi, discor­rere e con­fron­tarsi su ricette, cibo sano, ali­menti e loro costi ecc. Que­sto aspetto è inte­res­sante soprat­tutto per le aziende ali­men­tari che, gra­zie ai nuovi stru­menti di comu­ni­ca­zione social, pos­sono costruire rela­zioni auten­ti­che e dura­ture con i con­su­ma­tori, riu­scendo a capire e rispon­dere alle loro necessità.

Altro dato rile­vante, non secon­da­rio, emerso: il 29% degli inter­pel­lati stanno su un social net­work men­tre man­giano in casa e il 19% quando pasteg­giano fuori.

Que­sto sta a signi­fi­care che la que­stione, oltre che ali­men­tare, è anche socio­lo­gica, o sba­glio? Le dita per­cor­rono chi­lo­me­tri sui tablet di nuova generazione…ma che ne è della con­di­vi­sione dei pasti, del dia­logo auten­tico e reale con i com­men­sali, amici, parenti, la pro­pria fami­glia? Non sta­remo per­dendo la capa­cità e la voglia dell’autentica comu­ni­ca­zione vis-à-vis?

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