Oltre ogni slogan Posted by Manuela Crovato on 23 October 2009 ·

São Paulo No Logo foto­gra­fie di Tony de Marco sulla legge anti inqui­na­mento visivo a Sao Paulo.

Mi sem­bra quan­to­meno ridut­tiva la let­tura del pre­si­dente di Mana­ge­ri­ta­lia offerta dall’intervista apparsa su Ita­lia Oggi. Pro­ba­bil­mente la sem­pli­fi­ca­zione è più gior­na­li­stica che altro (con­ce­dia­mo­gli que­sto alibi). Ma ridurre le que­stioni delle moti­va­zioni sul lavoro ad un mero pro­blema di premi eco­no­mici a fine mese è, se non altro, miope. Anche il fatto stesso di par­tire da que­ste, lo è.

Il pro­blema, se c’è, è di modelli e di par­te­ci­pa­zione. E a que­sto pro­po­sito chiedo l’aiuto del pub­blico (ovvero un con­tri­buto, nei com­menti, a chi tec­ni­ca­mente ne sa più di me).

In paral­lelo mi sem­bra di poter dire che ridurre il tema motivazioni-incentivi azien­dali ad un mero fatto eco­no­mico è simile a pen­sare che met­tendo un com­pu­ter in classe (senza avere le basi cul­tu­rali per il suo cor­retto uti­lizzo), si possa cam­biare il sistema sco­la­stico come per incanto.

news1di Gio­vanni Armanini

Regolare i persuasori occulti Posted by Manuela Crovato on 12 October 2009 ·

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Super­bo­ke­h­theo­rie di eriwst

Vie­tato fare mar­chette (in gergo gior­na­li­stico: gli arti­coli a paga­mento). E’ quanto ha sta­bi­lito la Fede­ral Trade Com­mis­sion ame­ri­cana a pro­po­sito degli arti­coli pub­bli­cati sui blog.

Anche se, come spesso accade in que­sti casi, i con­fini del prov­ve­di­mento sem­brano rima­nere piut­to­sto fles­si­bili, si tratta del primo ten­ta­tivo di disci­pli­nare l’utilizzo della “pub­bli­cità masche­rata” sui blog. Quan­to­meno su quelli con­si­de­rati più influenti sulla pub­blica opi­nione per­ché più frequentati.

La sin­tesi: i tra­sgres­sori rischie­ranno una multa, anche se la svolta della FTC (nell’aria da tempo) ha più un intento edu­ca­tivo (verso i blog­ger) e dis­sua­sivo (verso le aziende). Allo stesso modo – ha pre­ci­sato l’ente ame­ri­cano — i per­so­naggi famosi dovranno rive­lare even­tuali con­nes­sioni con aziende se doves­sero pro­muo­vere i loro pro­dotti al di fuori del nor­male con­te­sto pubblicitario.

Lascian­dovi alla let­tura ed alle vostre per­so­na­lis­sime valu­ta­zioni, vor­rei solo sot­to­li­neare la natura tipica ame­ri­cana di que­sto prov­ve­di­mento. In altre parole: secondo gli ame­ri­cani il pub­blico è tar­get pre­va­len­te­mente privo di capa­cità di scelta, facil­mente influen­za­bile. Io la penso esat­ta­mente all’opposto. La sovrab­bon­danza di pub­bli­cità occulta a mio modo di vedere nuoce gra­ve­mente al blog­ger. Soprat­tutto in un ambiente media­mente più attento e selet­tivo come quello del web e dei blognauti.

news1di Gio­vanni Armanini

Giovani Analisti Posted by Manuela Crovato on 23 September 2009 ·

Superbokehtheorie

Super­bo­ke­h­theo­rie di eriwst

Un 15 enne lascia a bocca aperta ana­li­sti finan­ziari, mana­ger ed esperti di web mar­ke­ting, con alcune osser­va­zioni sull’utilizzo che i gio­vani fanno delle tec­no­lo­gie e di Inter­net. Sui blog parte la discus­sione: bana­lità o ori­gi­na­lità? La sto­ria di ini­zio estate (ripresa da Il Sole 24 Ore con una intera pagina) ha diviso le opinioni.

Lo stu­dente liceale Mat­tew Rob­son durante lo stage estivo negli uffici degli ana­li­sti della Mor­gan Stan­ley a Lon­dra, ha descritto in uno stu­dio dal titolo «How tee­nage con­sume media» come lui e i suoi amici. Leg­gendo il rap­porto del gio­vane sta­gi­sta, inve­sti­tori, ana­li­sti ed esperti del web sono rima­sti stu­piti. Il capo della ricerca sui media della banca d’affari lon­di­nese, Edward Hill-Wood ha defi­nito le osser­va­zioni di Rob­son «tra le più chiare, appro­fon­dite ed inte­res­santi» che aves­sero mai visto, al punto di pub­bli­carlo e diffonderlo.

La rela­zione pro­muove Face­book a pieni voti per­chè «per­mette di inte­ra­gire con gli amici su larga scala», men­tre boc­cia Twit­ter che «ha molti iscritti ma non è uti­liz­zato per­ché i pro­fili non li vede nes­suno e man­dare mes­saggi con­suma cre­dito». Per il gio­vane sta­gi­sta gli ado­le­scenti non leg­gono i gior­nali per­chè non inte­res­sati a lun­ghe pagine di testo. Pre­fe­ri­scono invece i titoli o le sin­tesi che si tro­vano sul web. Per quanto

riguarda i cel­lu­lari invece a farla da padrone è il Blue­tooth, che è gra­tuito, men­tre i ser­vizi che ven­dono suo­ne­rie, sfondi e appli­ca­zioni sono snobbati.

Le verità dello sta­gi­sta quin­di­cenne non hanno aggiunto nulla di par­ti­co­lar­mente inte­res­sante per chi mastica la mate­ria. Cosa c’è di nuovo nel fatto che con un 15enne ed un 30enne il mar­ke­ting debba comu­ni­care in modo diverso?

La rifles­sione è un’altra. Se un quin­di­cenne è in grado di ana­liz­zare con tale luci­dità il mondo media­tico che lo cir­conda (non con rifles­sioni geniali, ma con nor­mali dedu­zioni alla por­tata di molti), il sistema si deve inter­ro­gare: si è com­piuto un pas­sag­gio gene­ra­zio­nale irre­ver­si­bile. Oggi sin dall’adolescenza sono dif­fusi stru­menti di valu­ta­zione qua­li­ta­tiva e di sele­zione dei mes­saggi. È una rivo­lu­zione vera e pro­pria che non può essere igno­rata dagli stra­te­ghi del mondo dei media e che soprat­tutto spinge in una dire­zione uni­voca. Qua­lità, verità, capa­cità di ana­lisi, alta sele­zione. Sin dalla tenera età.

La sto­ria si inse­ri­sce nelle rifles­sioni dei due post pre­ce­denti: il futuro dei media non può pre­scin­dere dalla qua­lità, il posi­zio­na­mento pub­bli­ci­ta­rio dei mar­chi (anche quelli delle pic­cole aziende), non potrà asso­lu­ta­mente tra­scu­rare l’abbinamento quasi auto­ma­tico fra il mes­sag­gio pub­bli­ci­ta­rio ed il mes­sag­gio gior­na­li­stico, ormai com­ple­men­tari. Una inte­res­sante rifles­sione che peral­tro ho ritro­vato in que­sto arti­colo di Comu­ni­tà­zione, che fa rife­ri­mento anche alla pel­li­cola Video­cracy, attual­mente nelle sale.

news1di Gio­vanni Armanini

La pubblicità, marchio di qualità Posted by Manuela Crovato on 21 September 2009 ·

One of the few ads in Fayetteville

One of the few ads in Fayet­te­ville di yukatafish

Nel post pre­ce­dente ho sot­to­li­neato come il modello del paga­mento diretto delle news sia ormai supe­rato. Anche per chi (vedi la carta stam­pata con esclu­sione della free press) dai ricavi in edi­cola ancora trae una per­cen­tuale signi­fi­ca­tiva dei pro­pri ricavi.

Rimane il pro­blema del modello di busi­ness per il futuro, alla luce di una dif­fi­coltà evi­dente del mer­cato edi­to­riale che ha perso copie, tagliato reda­zioni e strut­ture, ridi­men­sio­nato i piani.

L’esempio viene da molti set­tori. Prendo uno spunto fra tanti pos­si­bili. Il mer­cato della cal­za­tura si sta ripo­si­zio­nando alzando i prezzi dei pro­dotti. I dati dell’associazione di cate­go­ria (Anci) par­lano di un incre­mento del prezzo medio di acqui­sto dell’1,7% anzi­ché un +5,5% per le scarpe in pelle da pas­seg­gio nel primo seme­stre del 2009.

Lo stesso dovrebbe fare il mondo dei media: sele­zio­nare gli inser­zio­ni­sti nel segno della qua­lità, in altre parole alzare le soglie d’accesso. Anni fa Linus su radio Dee­Jay lo disse chia­ra­mente: “non tutti pos­sono essere inser­zio­ni­sti della nostra emit­tente”. Ebbene, quella che sui media lea­der del mer­cato è una stra­te­gia con­so­li­data dovrebbe diven­tarlo pro­gres­si­va­mente anche per gli altri. Non si tratta di rinun­ciare a poten­ziali ricavi facendo un salto nel vuoto, ma di affer­mare un rap­porto biu­ni­voco di inte­ressi fra testate e inserzionisti.

Dif­fon­dere la logica del posi­zio­na­mento dei grandi inve­sti­tori alle pic­cole e medie imprese è una chiave di volta inte­res­sante. Poniamo l’esempio dei quo­ti­diani locali. Se la mia testata si distin­gue per qua­lità dell’informazione dalle altre pre­senti sul mer­cato lo deve fare anche sele­zio­nando chi ha le carat­te­ri­sti­che per esserne un auto­re­vole inser­zio­ni­sta. Pren­dete i free press: nella città di Bre­scia per esem­pio ne conto a memo­ria almeno 5, con un livello qua­li­ta­tivo dell’informazione cer­ta­mente infe­riore rispetto ai due quo­ti­diani prin­ci­pali, ma con la stessa iden­tica poli­tica publi­ci­ta­ria: se paghi sei in pagina, che tu sia una pri­ma­ria azienda o un plu­ri­pro­te­stato dalla dub­bia mora­lità non conta, a patto che paghi il dovuto.

Un brand impor­tante come Coca Cola non si posi­ziona ovun­que, sce­glie il meglio. Per­chè que­sta logica non deve fun­zio­nare anche in una Pmi legata al ter­ri­to­rio che tiene alla valo­riz­za­zione della sua imma­gine? Ed il ragio­na­mento può valere per i media tra­di­zio­nali come per l’online e per i blog. Qua­lità e auto­re­vo­lezza con­tano per chi scrive e per chi fa le inser­zioni finan­ziando indi­ret­ta­mente l’attività gior­na­li­stica – infor­ma­tiva — divulgativa.

Il pub­blico, al con­tra­rio di quello che si crede, rico­no­sce la qua­lità di una testata anche da que­sto. E clas­si­fica anche in base ai brand che vede nelle inser­zioni. Una realtà tal­mente vera (ma sot­to­va­lu­tata) que­sta, da aver recen­te­mente creato negli Usa un vero e pro­prio “caso” alla Mor­gan Stan­ley di cui par­le­remo nel pros­simo post. (2. continua).

news1di Gio­vanni Armanini

Il prezzo di una notizia Posted by Manuela Crovato on 17 September 2009 ·

Il pro­blema di pagare le news è solo un falso problema.

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unti­tled di Hamed Saber.

Alla luce della crisi del mer­cato edi­to­riale Mur­doch ha avan­zato la pro­po­sta di stu­diare un sistema di micro­pa­ga­mento degli arti­coli. Goo­gle in que­sti ultimi giorni sem­bra avere pronta una nuova appli­ca­zione per asse­con­dare que­sta idea.

Il tema è affa­sci­nante è com­plesso. Il pro­blema, a mio giu­di­zio, non sta nel quanto si paga ma nel per­ché. La let­tura è un con­sumo emo­zio­nale, come la visione di un cinema, l’andare ad un con­certo. Infor­marsi non è un pro­blema di let­tura ma di fonti, spesso ci si informa in via acci­den­tale, per­chè le news arri­vano in ogni modo: dalla tv men­tre siamo seduti in pausa pranzo, dal web e dai social net­work, da un quo­ti­diano tro­vato in un locale pub­blico. Pos­siamo essere inte­res­sati a pagare per leg­gere un arti­colo di una grande firma (non mi dilun­gherò sull’aggettivo “grande”) ma dif­fi­cil­mente lo faremo on line per avere un aggior­na­mento informativo.

Vado oltre. L’informazione a paga­mento nel 2010 è supe­rata. Esi­ste ancora la nic­chia delle edi­cole, che pro­ba­bil­mente resi­sterà nei secoli, ma quanto copre in per­cen­tuale l’informazione pagata rispetto al totale di mes­saggi rice­vuti da una per­sona in una gior­nata qual­siasi? I quo­ti­diani sono stati spiaz­zati dalla gra­tuità di Inter­net. Ma non si pon­gono lo stesso pro­blema se tutti i bar met­tono una copia a dispo­si­zione di cen­ti­naia di poten­ziali non clienti delle edi­cole. Sem­pli­ce­mente si adat­tano, e ven­dono la pub­bli­cità sui con­tatti sti­mati anzi­ché sulle copie vendute.

In sin­tesi: pen­sare al paga­mento diretto dell’informazione in un’epoca dove tutto è infor­ma­zione è miope, quan­to­meno con­ser­va­tore. Signi­fica igno­rare che oggi la gente si informa già in maniera gra­tuita, spesso acci­den­tale, non orga­niz­zata, mul­ti­me­diale. Allo stesso modo signi­fica igno­rare gli stessi busi­ness model delle aziende che dalle ven­dite in edi­cola trag­gono parte dei pro­fitti, basate su ricavi che sono pre­va­len­te­mente pubblicitari.

L’unica via d’uscita è inter­pre­tare gli inte­ressi che pos­sono deter­mi­nare un nuovo modello vin­cente. E in que­sta valu­ta­zione penso che gli inser­zio­ni­sti abbiano più peso dei let­tori. Meglio pren­dere un euro alla volta dai let­tori oppure mille euro alla volta dagli inser­zio­ni­sti? è evi­dente che che se i let­tori hanno tante alter­na­tive è meglio incen­ti­vare gli inser­zio­ni­sti e fide­liz­zarli. Ma come? La rispo­sta è nella qua­lità visto che ormai il prezzo diretto (l’euro del gior­nale in edi­cola, o i mil­le­simi dei micro­pa­ga­menti imma­gi­nati sul web) è iper­sva­lu­tato dall’eccesso di fonti.

news1di Gio­vanni Armanini

Gli istituti finanziari e i social network Posted by Manuela Crovato on 1 September 2009 ·

La mia banca mi è amica, su Facebook

Ecco una car­rel­lata di esempi di come gli isti­tuti ban­cari uti­liz­zano il social net­work più dif­fuso in Italia

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La foto­gra­fia è di ste­phe­nand­me­la­nie

Alcuni isti­tuti ban­cari stanno ten­tando di avvi­ci­narsi ai nuovi stru­menti del mar­ke­ting e della comu­ni­ca­zione per rin­fre­scare la loro imma­gine e avvi­ci­narsi a un tar­get più gio­vane. Ecco alcuni esempi significativi.

L’idea di Ing Direct Ita­lia, per esem­pio, è rea­liz­zare tra­mite Face­book un test sui modelli di con­sumo, non scien­ti­fico ma comun­que fonte di spunti inte­res­santi. Inter­venti con arti­coli e foto, pagina pen­sata ma — finora — poco fre­quen­tata. I fan della pagina, per adesso, sono solo 217.

Monte dei Paschi ha lan­ciato, con un comu­ni­cato stampa, una cam­pa­gna di social media mar­ke­ting (che tut­ta­via non pre­vede un solo link nel comu­ni­cato :( ). Non è faci­lis­simo tro­vare que­sta pagina su Face­book (io non ci sono riu­scito). Più facile repe­rire invece quello dei dipen­denti del gruppo, aperto a tutti.

Sem­pre attra­verso Face­book il Gruppo Banca Sella ha invece lan­ciato un con­corso curioso “Quale è il posto più strano dove hai fatto un boni­fico” (chiuso il 30 luglio scorso). La scelta finora sem­bra essere quella più crea­tiva: non una pre­senza diretta ma un gruppo chia­mato Mobile ban­king mania e vanta 978 fans. Diverso il tar­get: Banca Sella punta agli 8 milioni gli ita­liani che navi­gano sul web usando il cellulare.

Infine ecco qui una inter­vi­sta ad Adriana Piazza sulla stra­te­gia di Webank.

Che dire? Siamo solo all’inizio. Credo che in que­sta fase sia bene stare alla fine­stra e aspet­tare di cono­scere qual­che risul­tato. Spe­rando che almeno le ban­che non adot­tino il para­digma tutto ita­liano secondo cui i comu­ni­cati e i media si uti­liz­zano con obiet­tivi pub­bli­ci­tari per sven­to­lare pro­getti e solo rara­mente per tirare le somme e riflet­tere sui passi successivi.

news1di Gio­vanni Armanini

Velocità, varietà, visibilità Posted by Manuela Crovato on 26 August 2009 ·

La crisi ai tempi dell’ottimismo

Non è un uovo di Colombo ma una arti­co­lata stra­te­gia di posi­zio­na­mento basata su tre pila­stri: velo­cità nelle deci­sioni, varietà nell’offerta, visi­bi­lità del prodotto.

1952 Wienermobile di Thomas Merton

1952 Wie­ner­mo­bile di Tho­mas Merton

Parto per defor­ma­zione pro­fes­sio­nale da quest’ultima: in tempo di reces­sione chi ha incre­men­tato i bud­get desti­nati al mar­ke­ting è risul­tato vin­cente. E’ il caso di “Rec­kitt Benc­ki­ser”, media azienda bri­tan­nica fra i mag­giori distri­bu­tori mon­diali di pro­dotti per la casa, ripor­tato que­sta set­ti­mana dall’Economist.

IL QUADRO. Negli ultimi dieci anni i pro­dut­tori di beni di con­sumo si sono tro­vati un nuovo con­cor­rente: le catene com­mer­ciali. I grandi player della distri­bu­zione orga­niz­zata infatti stanno dando sem­pre più spa­zio ai pro­dotti pro­pri sui quali hanno mag­giori mar­gini di gua­da­gno. Chi sof­fre? Non tanto l’alta fascia di mer­cato, che sem­bra aver tenuto le pro­prie quote, ma la fascia media, quella più vicina ai pro­dotti “a mar­chio pro­prio”. La reces­sione ha ulte­rior­mente aggra­vato le con­di­zioni di partenza.

IL CASO. Nel secondo tri­me­stre Rec­kit Benc­ki­ser ha visto cre­scere i pro­pri pro­fitti del 14% e le ven­dite dell’8% (com­pa­ra­zione su base annuale). Ecco come:

  1. la gerar­chia azien­dale è leg­gera (solo uno o due livelli fra l’amministratore dele­gato e la distri­bu­zione orga­niz­zata su base regio­nale in Uk). Que­sto garan­ti­sce scelte e cambi di stra­te­gia di tre mesi più veloci rispetto alla concorrenza.
  2. l’offerta ha pun­tato sull’idea di incon­trare “bud­get per tutte le tasche”. Non una uni­la­te­rale dire­zione sul minor prezzo ma un man­te­ni­mento delle posi­zioni ed un allar­ga­mento della gamma. Punto di par­tenza una con­si­de­ra­zione dell’ad Bart Becht: “In tempo di reces­sione i con­su­ma­tori non fug­gono dai pro­dotti migliori”. Due le con­se­guenze: con­ferma dei prezzi, aggiunta di valore (gli “extra frills”, ovvero i fronzoli).
  3. bud­get del mar­ke­ting incre­men­tato del 25%. Una scelta que­sta che non è vin­cente in sè ma che va con­tro­cor­rente, ancora una volta, rispetto ai tagli dei competitor.

Per­so­nal­mente credo che in tempi di reces­sione scelte corag­giose ma vin­centi come que­sta abbiano un valore supe­riore rispetto alle stesse scelte in tempi di mer­cato favo­re­vole. Innan­zi­tutto per­chè ci si inse­ri­sce con una imma­gine posi­tiva in una fase nega­tiva, gene­rando una sorta di otti­mi­smo indotto. In secondo luogo, ed in defi­ni­tiva, per­chè anche fra gli ana­li­sti (Eco­no­mist cita San­ford C. Bern­stein) si sta facendo largo l’idea che: “Almeno la metà delle per­sone che sono recen­te­mente pas­sati ai pro­dotti di fascia infe­riore non tor­ne­ranno mai indie­tro”. Una affer­ma­zione netta e da inter­pre­tare, che tut­ta­via fa luce sul peso di scelte depu­rate dal fat­tore paura.

news1di Gio­vanni Armanini

Democrazia, partecipazione, rivoluzione, 2.0 Posted by giovanni on 24 June 2009 ·

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War­ga­mes — Gio­chi di guerra è un film del 1983 con Mat­thew Bro­de­rick, diretto da John Badham.Non dimen­ti­chia­moci mai che alla base del con­cetto par­te­ci­pa­tivo nelle aziende sta una coscienza demo­cra­tica. E che alla base della demo­cra­zia sta la coscienza civile. Que­sto non vuol essere un post poli­tico ma una testi­mo­nianza di come il web 2.0, quando sfrut­tato nelle sue forme, è un sup­porto sociale e civile di enorme por­tata, in grado di ino­cu­lare il virus della demo­cra­ti­cità in sistemi totalitari.

Sì, il para­gone azzar­dato è que­sto: l’azienda come lo stato. Con una sovra­nità, un ter­ri­to­rio, un popolo.

Il pro­blema poli­tico e di ordine pub­blico sorto in que­sti giorni a Tehe­ran ha spro­nato alcune delle aziende che ope­rano con i ser­vizi online a met­tere a punto nuovi ser­vizi.

Nel frat­tempo Wall Street Jour­nal ricorda che le tec­no­lo­gie di Deep pac­ket inspec­tion che il regime ira­niano uti­lizza per con­trol­lare la rete sono for­nite da una joint ven­ture fra Nokia e Sie­mens, la cosa ovvia­mente ha fatto il giro del mondo

news1di Gio­vanni Armanini

Chi controlla Facebook? Posted by giovanni on 12 June 2009 ·

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L’immagine World­wide city-to-city con­nec­tions è di Chris Har­ri­son, il cui lavoro si basa sulla rap­pre­sen­ta­zione gra­fica dei flussi di dati sul web.

Se avessi un’azienda non mi por­rei il pro­blema di con­sen­tire o proi­bire face­book. Cer­che­rei di con­trol­larlo. Non per mega­lo­ma­nia. Serve un modo diverso di porre un que­sito mal posto. Il “capo” che proi­bi­sce face­book adotta la solu­zione imme­diata senza andare al cuore del pro­blema. Come se, ad esem­pio, ven­dere di più o pro­durre meglio, fosse solo una que­stione di tempi dedi­cati e di quan­tità di km percorsi.

Andiamo con ordine: l’impiegato medio che perde let­te­ral­mente ore su face­book lo fa per noia. Il pro­blema ha quindi una radice orga­niz­za­tiva: il social net­work (almeno nella prima fase) riem­pie il tempo in cui non si ha nulla da fare. Non sot­to­va­lu­tiamo l’evoluzione dell’uso: rica­dere in una fre­quen­ta­zione com­pul­siva di chat, blog e social net­work non è così infre­quente. Ma accade strada facendo.

Proi­bire resta una forte ten­ta­zione. E con­cet­tual­mente non è nep­pure del tutto errato. L’azienda si trova a dover gover­nare una situa­zione che l’ha pre­ce­duta e spiaz­zata. E quella dei social net­work è una com­ples­sità dif­fi­cil­mente ridu­ci­bile, tante sono le sol­le­ci­ta­zioni a cui l’utente è sot­to­po­sto, al punto da gene­rare, come detto, rischi di dipendenza.

Il pro­blema tut­ta­via resta solo un rischio, e non una oppor­tu­nità, fin­chè resta un tabù par­la­bile solo in ter­mini di proi­bi­zione. Qui si può inter­ve­nire con un modello par­te­ci­pa­tivo (a cui le stesse reti sociali for­ni­scono un qua­dro metodo-tecnologico com­pleto ed interessante).

Che fare? Dire che il cam­bia­mento va asse­con­dato e non osteg­giato può sem­brare, di fronte ad una que­stione così chiara, troppo filo­so­fico. Ma credo che la filo­so­fia in que­sto caso sia disper­siva tanto quanto la stra­te­gia di enti pub­blici che aprono pagine su face­book e poi ne osteg­giano la fre­quen­ta­zione ai dipen­denti.

La rispo­sta, ma non è que­sta la sede per un appro­fon­di­mento, è iden­tità, par­te­ci­pa­zione, con­di­vi­sione, gestione del cam­bia­mento. E capire che non sem­pre, lad­dove ci sono que­sti pre­sup­po­sti, la rigida divi­sione fra gli orari del lavoro e quelli della vita pri­vata, rap­pre­senta un valore aggiunto.

news1di Gio­vanni Armanini

Il giornalismo è morto, w i giornalisti Posted by giovanni on 10 June 2009 ·

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Tante se ne sen­tono, dicono, leg­gono, sulla crisi dei gior­nali e dei gior­na­li­sti. Fra le tante segnalo quello che ha scritto Fabio Meti­tieri nel suo “Il grande inganno del web 2.0″ (il link è tratto dal mio boo­k­net­work pre­fe­rito). Una ana­lisi cri­tica di quello che in fondo è un bel­lis­simo slo­gan (ovvero l’essere 2.0) che attua­lizza ciò che Inter­net in realtà è sin dalla sua nascita: uno stru­mento di con­tatto e di comunicazione.

Il gior­na­li­smo è morto? Ovvia­mente no, altri­menti i gior­nali non sareb­bero più in edi­cola da un pò e i gior­na­li­sti (o aspi­ranti tali, che le nostre uni­ver­sità sfor­nano a migliaia) sareb­bero ormai estinti.

Per Meti­tieri (ed io con­di­vido) il web 2.0 mol­ti­plica la neces­sità di un gior­na­li­smo ana­li­tico (non quello nota­rile di que­sti anni) che vada oltre le pro­prie paure e si distin­gua dalla blo­go­sfera auto­re­fe­ren­ziale ma spesso priva di con­te­nuti. La let­tura è inte­res­sante. Non so se in Pro­ject Group cono­scono que­sta pub­bli­ca­zione, ma sem­bra la con­di­vi­dano visto che hanno chie­sto a me, un gior­na­li­sta, di scri­vere sul loro blog.

news1di Gio­vanni Armanini

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