Bye Bye Cinema Posted by Manuela Crovato on 6 June 2011 ·

Silent movie star at San Diego di San Diego Air&Space Museum Archives

Il lavoro, com­po­nente impre­scin­di­bile della vita di ogni uomo, non poteva non essere pro­ta­go­ni­sta di innu­me­re­voli pel­li­cole, più o meno datate, della sto­ria del cinema.

Dalla nostra breve rico­gni­zione, abbiamo sco­perto opere cine­ma­to­gra­fi­che ita­liane e non, rela­tive alle tema­ti­che più dispa­rate. Affron­tate con spi­rito grave, o, al con­tra­rio, con un approc­cio umo­ri­stico e lieve, per alcune lo scopo è pura­mente descrit­tivo, di feno­meno e di costume, per altre invece è di espli­cita denun­cia sociale.

Il mito ame­ri­cano della sca­lata al suc­cesso, ad esem­pio, lo abbiamo rin­trac­ciato in film di genere assai dif­fe­rente, come Alla ricerca della feli­cità e Il segreto del mio suc­cesso, il primo rela­tivo alla sto­ria vera di un padre che, mosso da neces­sità e ambi­zione, rie­sce a rag­giun­gere fama e ric­chezza, inse­gnan­doci l’esitenza della pos­si­bi­lità e la forza della tena­cia; il secondo, riguar­dante vicende ironico-comiche di un gio­vane neo-laureato, anch’egli riso­luto e deciso, che attra­verso una serie di vicende ed equi­voci, rie­sce a diven­tare ciò che aveva sem­pre voluto.

Legato al desi­de­rio di far­cela, abbiamo tro­vato l’ambi­zione a qual­siasi costo, che spesso e volen­tieri sfo­cia in car­rie­ri­smo e per­dita dei valori fon­da­menn­tali, come in L’avvocato del dia­volo, ove il pro­ta­go­ni­sta cede alle lusin­ghe del suc­cesso e della noto­rietà, per­dendo di vista la “nor­ma­lità” e la sem­pli­cità dei sen­ti­menti e dell’esistenza quotidiana.

Pel­li­cole deci­sa­mente di denun­cia sociale, invece, quelle rela­tive al feno­meno mob­bing, di cui però scar­seg­giano opere spe­ci­fi­ca­ta­mente indi­riz­zate alla pro­ble­ma­tica. In Ita­lia il film a que­sto inte­ra­mente dedi­cato è uni­ca­mente Mi piace lavo­rare, anche se è pos­si­bile tro­vare rife­ri­menti più o meno estesi anche in diversi altri film.

Molto più ricco il ven­ta­glio di pos­si­bi­lità per chi si acco­sta invece al pro­blema della ricerca del lavoro all’altezza delle pro­prie capa­cità e aspet­ta­tive, che col­pi­sce gio­vani e non, come in Tutta la vita davanti, opera cine­ma­to­gra­fica made in Italy tra le più riu­scite sul tema.

Se vi tro­vate, invece, nella tipica fase dei col­lo­qui di lavoro, potrete sem­pre con­tare su una serie di scene più o meno iro­ni­che rela­tive all’incontro tanto temuto…con un avver­ti­mento: la mag­gior parte delle volte rap­pre­sen­tano ciò che è asso­lu­ta­mente rac­co­man­dato EVITARE!

Voce del verbo mobbare Posted by Manuela Crovato on 30 May 2011 ·

Having a really bad day da Gillian

Mob­bing” è una parola inglese che indica un feno­meno in relatà ben cono­sciuto in tutto il mondo, anche in Italia.

Deci­sa­mente curioso è sapere che il primo ambito appli­ca­tivo del ter­mine, risa­lente agli anni ’70, è stato quello eto­lo­gico, rela­tivo cioè al com­por­ta­mento aggres­sivo ed esclu­dente di alcuni ani­mali con­tro un mem­bro del mede­simo gruppo. Alle volte, si sa, il passo è breve ed ecco che com­por­ta­menti ves­sa­tori e deplo­re­voli di col­le­ghi o capi verso un pro­prio com­pa­gno o dipen­dente acqui­stano la stessa deno­mi­na­zione, anche nel campo umano-lavorativo.

Causa di tali atteg­gia­menti sono per lo più invi­die e gelo­sie o cam­bia­menti azien­dali stra­te­gici, che por­tano col­le­ghi e/o capi a deci­dere per l’espulsione di uno o più mem­bri dell’azienda; que­sti ultimi, subendo com­por­ta­menti psi­co­lo­gi­ca­mente vio­lenti e inti­mi­da­zioni, ci si aspetta deci­dano di abban­do­nare il lavoro da sè, evi­tando all’azienda licen­zia­menti poten­zial­mente imbarazzanti.

L’autoeliminazione per sfi­ni­mento è pro­prio ciò che desi­dera otte­nere l’ufficio nei con­fronti di Anna, in Mi piace lavo­rare. La pro­ta­go­ni­sta è un’impiegata, inter­pre­tata dalla bra­vis­sima Nico­letta Bra­schi, che viene sot­to­po­sta alla pri­va­zione ingiu­sti­fi­cata del pro­prio inca­rico con asse­gna­zione di com­piti banali e all’iso­la­mento dei col­le­ghi, dopo che l’azienda per cui lavora viene assor­bita da una mul­ti­na­zio­nale. Le con­se­guenze sulla sua salute psico-fisica sono ine­vi­ta­bili: diso­rien­ta­mento, alie­na­zione, esau­ri­mento ner­voso, malattia.

Tut­ta­via, il mob­bing uti­lizza stra­te­gie d’abuso anche per altri motivi, tra cui il rifiuto, da parte della vit­tima, di accet­tare pro­po­ste immo­rali (ses­suali, eti­ca­mente inac­cet­ta­bili o nor­ma­ti­va­mente ille­gali). E’ ciò che suc­cede ad una gio­vane tele­fo­ni­sta in Fuga dal call cen­ter, che dopo aver osato rifiu­tare un week-end fuori porta con il respon­sa­bile, viene sot­til­mente for­zata ad accet­tare, pena il licenziamento.

Segni di ves­sa­zione sono rin­trac­cia­bili anche in altre famose pel­li­cole, come nel già citato Il dia­volo veste Prada, in cui la per­fida MIranda asse­gna ad Andrea incom­benze impos­si­bili: tro­vare il mano­scritto di Harry Pot­ter non ancora pub­bli­cato in meno di 24 ore, ese­guire una serie di com­mis­sioni in pochis­simo tempo, tro­vare un volo dispo­ni­bile in una notte tempestosa…O in La feb­bre, in cui Mario, inter­pre­tato da Fabio Volo, viene mob­bato dal capo Cer­queti, per­ché invi­dioso della sua capa­cità di sapersi far amare da tutti e di godersi la vita, prima di ribel­larsi defi­ni­ti­va­mente ai sot­tili soprusi, dichia­rando aper­ta­mente il suo disprezzo al pro­prio “carnefice”.

Nella vita reale, tut­ta­via, pale­sare il dis­senso è deci­sa­mente più arduo…In que­sti casi è utile sapere che esi­ste un vero e pro­prio Movi­mento Ita­liano Mob­biz­zati Asso­ciati, pre­sente anche sul web, pronto a darvi tutte le indi­ca­zioni e i con­si­gli del caso.

Quando il lavoro non convince Posted by Manuela Crovato on 23 May 2011 ·

Half Glow da Megan Allen

Cosa suc­cede quando l’impiego che tro­viamo non è all’altezza delle nostre aspet­ta­tive e della nostra pre­pa­ra­zione? Suc­cede che spesso e volen­tieri dob­biamo accon­ten­tarci di un lavoro diverso da quello che ave­vamo sognato e pen­sato per noi…Tuttavia, citando un detto, “non tutto il male viene per nuo­cere” e nella mag­gior parte dei casi si tratta di un periodo limi­tato e dal quale poter trarre inse­gna­menti pro­fi­cui e costruttivi.

Con­cor­derà con noi Michela Mur­gia, autrice di Il mondo deve sapere, dia­rio auto­bio­gra­fico di un’esperienza di lavoro in un call cen­ter. Il libro, non solo ha fatto da apri­porta alla Mur­gia per una bril­lante car­riera da scrit­trice, ma è stato anche motivo di ispi­ra­zione per Virzì in Tutta la vita davanti, film ironico-malinconico sulle dif­fi­coltà d’inserimento dei gio­vani nel mondo del lavoro. La pro­ta­go­ni­sta è Marta, inter­pre­tata dalla bella Isa­bella Rago­nese, che, nono­stante una lau­rea in filo­so­fia, non trova alcun impiego se non come tele­fo­ni­sta. Il lavoro nel call cen­ter la intro­duce in un mondo nuovo e ina­spet­tato, in cui emer­gono chiara l’osses­sione all’ambizione e alla riu­scita, da rag­giun­gere ad ogni costo, anche attra­verso tec­ni­che di ven­dita atte a cir­cuire e aggi­rare il cliente. Emble­ma­tica la figura inter­pre­tata da Sabrina Ferilli, che in qua­lità di capo tele­fo­ni­sta attua una serie di  tec­ni­che moti­va­zio­nali alquanto inu­suali: can­zon­cine moti­va­trici da can­tare e bal­lare a ini­zio turno (avete pre­sente quelle dei vil­laggi vacanze?), un sistema di valu­ta­zione sco­la­stico e uno di pre­mia­zione uffi­ciale con con­se­gna di pic­coli gadget.

Comico e grot­te­sco Fuga dal call cen­ter è un lun­go­me­trag­gio di genere docu­men­ta­ri­stico che, attra­verso la sto­ria di una cop­pia di gio­vani lau­reati costretti a lavori umili e poco remu­ne­rati, rac­conta le dif­fi­coltà e il disa­gio di vivere in una con­di­zione tutt’altro che ideale.  E’ ancora una volta il call cen­ter a fare da sfondo alle scene, come quella in cui Gian­franco, il pro­ta­go­ni­sta, dichiara al pro­prio col­lega di avere due lavori, per­ché uno non gli basta.
Insomma, lavo­rare in un call cen­ter non è un gioco da ragazzi, ma è asso­lu­ta­mente utile a tem­prare il corpo, ma soprat­tutto lo spirito!

Accon­ten­tarsi di un lavoro “diverso” appare invece più com­pli­cato per le per­sone più adulte, come è ben descritto in Giorni e nuvole, in cui un bra­vis­simo Anto­nio Alba­nese inter­preta un impren­di­tore nel pieno della sua car­riera, che viene liqui­dato dai soci e che si trova a dover affron­tare la duris­sima espe­rienza della disoc­cu­pa­zione, costel­lata di col­lo­qui di lavoro, agen­zie per l’impiego e atti­vità tem­po­ra­nee net­ta­mente più umili ed estra­nee a quelle d’originaria com­pe­tenza. Il pro­blema del lavoro non riguarda solo lui, ma anche la moglie neo-laureata, inter­pre­tata da Mar­ghe­rita Buy, che si vede costretta ad abban­do­nare la pas­sione per l’arte e il restauro e a pie­garsi al mondo del call cen­ter e della segre­te­ria. Le riper­cus­sioni sulla sta­bi­lità psicologico-emotiva per­so­nale e della cop­pia, come è facile dedurre, sono asso­lu­ta­mente nega­tive e si con­cre­tiz­zano nella depres­sione e alie­na­zione di lui, nell’ansia e pre­oc­cu­pa­zione di lei e nei con­ti­nui litigi intrafamiliari.

Se, dun­que, come emerge dalle opere cine­ma­to­gra­fi­che citate, il lavoro è que­stione esi­sten­ziale impli­cante ogni sfera della vita umana per­so­nale e sociale, non è forse logica la tra­gi­cità della sua incer­tezza e non è forse una delle sfide della vita quella di tro­vare il “lavoro giusto”?

Ambizione: pregio o difetto? Posted by Manuela Crovato on 16 May 2011 ·

How to get an apple di HikingArtist.com

Nel campo lavo­ra­tivo, come in quello per­so­nale e sociale, l’essere ambi­ziosi com­porta atteg­gia­menti e spinte posi­tive indi­riz­zate al capar­bio rag­giun­gi­mento di deter­mi­nati obiet­tivi. In tal senso l’ambi­zione non può che essere inter­pre­tata posi­ti­va­mente, quale incen­tivo a fare sem­pre di più e meglio nell’area di pro­prio interesse.

Tut­ta­via, quando le con­di­zioni di deter­mi­na­zione a rag­giun­gere il suc­cesso diven­tano “a qual­siasi costo”, facile è sfo­ciare nel car­rie­ri­smo, ove tutto (o quasi) sem­bra essere ammesso, anche e soprat­tutto a disca­pito della pro­pria vita affet­tiva e della rete amicale.

Lo sa bene Andrea Sachs (Anne Hatha­way), pro­ta­go­ni­sta di Il dia­volo veste Prada, una gio­vane neo-laureata di talento che pur di otte­nere il ruolo di redat­trice nella famosa rivi­sta di moda Run­way, non solo accetta di eser­ci­tare, ini­zial­mente, il ruolo di seconda assi­stente della diret­trice Miranda Prie­stly (sin qui nulla di male), ma ne sem­bra sop­por­tare tutte le anghe­rie e i soprusi, met­tendo a repen­ta­glio la pro­pria vita sen­ti­men­tale e sociale.

Anche Gior­gio Pasotti in Volevo solo dor­mirle addosso, sem­bra dispo­sto dav­vero a molto…Nel film è Marco Pressi, gio­vane for­ma­tore e moti­va­tore dell’azienda MTI, che non si lascia inti­mi­dire dalla pro­po­sta dei suoi supe­riori, salvo poi per­dere la fidu­cia e la bene­vo­lenza di tutti i col­le­ghi, la pro­pria ragazza e gran parte del benes­sere psico-fisico. La con­clu­sione a cui arriva il pro­ta­go­ni­sta è che il mondo del lavoro sia ine­lut­ta­bil­mente fatto di Desi­deri e obiettivi..desideri e obiettivi…

Sacri­le­gio non ricor­dare, infine, L’avvocato del dia­volo. Film memo­ra­bile, con un cast di tutto rispetto, narra l’ascesa pro­fes­sio­nale di un gio­vane e pro­met­tente avvo­cato (Keanu Ree­ves) feli­ce­mente inna­mo­rato (di Char­lize The­ron). Notato da un famoso stu­dio legale di New York, cede alle lusin­ghe e alla sedu­zione del denaro e del suc­cesso che gli vene pro­spet­tato dal dia­volo, incar­nato da Al Pacino, che si declina e si ogget­tiva nelle ten­ta­zioni di una pro­vo­cante col­lega, in un lus­suoso appar­ta­mento cit­ta­dino e nella fama otte­nuta. Tutto que­sto lo porta velo­ce­mente a per­dere di vista valori e affetti di cui si è sem­pre cir­con­dato. Indi­men­ti­ca­bile una delle scene finali, ove il vero signi­fi­cato dell’opera cine­ma­to­gra­fica viene a galla, sve­lan­done l’insegnamento intrin­seco: la vanità mette a dura prova la nostra esi­stenza in ogni momento, richie­dendo una scelta alla quale spesso cediamo…a caris­simo prezzo!

Ammesso che la strada al suc­cesso e le ten­ta­zioni cui veniamo sot­to­po­sti ci appa­iono sin da subito in tutta la loro chia­rezza, a quanto sare­ste dispo­sti a rinun­ciare per “arrivare”?

Il colloquio di lavoro…in scena Posted by Manuela Crovato on 10 May 2011 ·

Job inter­view di Susanne 13

A quale lavo­ra­tore, almeno una volta nella vita, non è capi­tato di dover affron­tare un col­lo­quio di lavoro? Rap­pre­senta, forse, una delle espe­rienze più impor­tanti della vita e spesso e volen­tieri è motivo di ansia e pre­oc­cu­pa­zione. Il poten­ziale datore o chi per esso, attra­verso una più o meno breve chiac­che­rata, deve poter espri­mere un giu­di­zio sulla com­pa­ti­bi­lità del can­di­dato al ruolo da ricoprire.

Non esi­ste un pro­to­collo stan­dard che ne assi­curi il buon esito, tut­ta­via ci sono una serie di norme d’uso che sarebbe oppor­tuno rispet­tare.

Guar­dando alcune scene di col­lo­qui di lavoro di film memo­ra­bili, è pos­si­bile trarre pre­ziosi spunti per com­pren­dere ciò che è bene, ma soprat­tutto ciò che NON è oppor­tuno fare durante il famoso incontro.

Se, infatti, vi sta a cuore fare una buona impres­sione dovre­ste pre­sen­tarvi quan­to­meno moti­vati e con un fare attivo e dina­mico (nel limite e con buon senso), atteg­gia­mento che non si addice di certo al gio­vane neo-laureato inter­pre­tato da Ste­fano Accorsi in Santa Mara­dona. Emblema di una gene­ra­zione insi­cura, che passa di col­lo­quio in col­lo­quio con scarsi suc­cessi, di fronte al com­por­ta­mento e alle parole svi­lenti e cri­ti­che dell’intervistatore nei suoi con­fronti, il pro­ta­go­ni­sta assume una con­dotta rigida e di difesa, e si prende gioco del suo inter­lo­cu­tore, rispon­dendo ad ogni tipo di domanda con la mede­sima parola.

Al polo oppo­sto tro­viamo Dupree in Io, tu e Dupree, che appare sin troppo dina­mico e attivo. Se, infatti, durante i col­lo­qui è buona cosa mostrarsi, oltre che riso­luti, anche sin­ceri, il pro­ta­go­ni­sta pecca di ecces­siva schiet­tezza tanto da pale­sare la sua filo­so­fia di vita, con­tra­ria o quan­to­meno poco affine alla logica lavo­ra­tiva: “Non sono uno sta­ka­no­vi­sta; per me è cosa fon­da­men­tale godermi la vita; io non vivo per lavo­rare, ma lavoro per vivere”! Tra le buone pra­ti­che, si trova anche quella di porre domande per­ti­nenti e oppor­tune rela­ti­va­mente al futuro impiego e all’azienda che lo offre, ma anche in que­sto caso l’esaminato si limita a chie­dere quali siano le ricor­renze festeg­giate dalla Com­pa­gnia, aggra­vando ulte­rior­mente la sua posi­zione. Anche il tono non è da tra­scu­rare, asso­lu­ta­mente con­fi­den­ziale e ami­che­vole, risul­tando asso­lu­ta­mente fuori luogo.Tuttavia, sur­rea­li­smo e assur­dità fanno il loro ingresso nel momento in cui avviene il ribal­ta­mento dei ruoli ad opera di Dupree: dopo aver pro­nun­ciato una serie di frasi inop­por­tune, infatti, si con­geda senza aspet­tare che lo fac­cia chi di dovere, come se fosse sua la facoltà di deci­dere l’esito del col­lo­quio (“Beh, ci abbiamo pro­vato via…”, alzan­dosi e strin­gendo la mano).

Simil­mente spiaz­zante la scena di Woody Allen in Prendi i soldi e scappa. L’interrogato è un ex cri­mi­nale incal­lito, Vir­gil Star­k­well, che cerca a tutti i costi di non sve­lare il suo pas­sato cor­rotto, for­nendo rispo­ste assurde alle tra­di­zio­nali domande (Ha mai lavo­rato in un uffi­cio?, Che tipo di uffi­cio era? ecc). La comi­cità viene data non solo dal tipo di rispo­sta, ma anche e soprat­tutto dal con­tra­sto tra que­sta e la serietà e paca­tezza con cui ven­gono for­nite. Si assi­ste ad un ribal­ta­mento dei ruoli e ad una scena para­dos­sale: Vir­gil Star­k­well assume il ruolo del suo inter­lo­cu­tore e lo con­geda, dicen­do­gli con sfron­ta­tezza e stra­fot­tenza: “Il tempo con­cesso è ormai sca­duto. Non è riu­scito a indo­vi­nare quale fosse la mia occu­pa­zione ed è solo per com­pia­cerla che le dirò che cosa facevo”. Il pro­ta­go­ni­sta rie­sce così a ridurre l’intervistatore in stato con­fu­sio­nale e a farsi asse­gnare un posto nell’Ufficio spe­di­zioni della ditta…Bene, se non vi chia­mate Woody Allen e non fate l’attore, vi scon­si­gliamo viva­mente di ripro­durre la situazione.

Dul­cis in fundo (alla nostra per­so­nale sele­zione, si intende) non poteva man­care il rag. Fan­tozzi e il col­lo­quio dopo il quale verrà assunto alla mega­ditta. Il suc­cesso dell’incontro è da attri­buire alla pre­pa­ra­zione del ragio­niere sul fronte del cinema d’arte, vera pas­sione del pre­si­dente della com­mis­sione, che pone all’interlocutore  domande rela­tive all’argomento, tro­van­dolo incre­di­bil­mente pre­pa­rato. Come è facile imma­gi­nare, la cono­scenza di Fan­tozzi non è attri­bui­bile a cul­tura per­so­nale, ma è con­se­guenza della sof­fiata di un capo usciere cor­rotto, che, dif­fon­dendo l’informazione, ha con­sen­tito al ragio­niere di pre­pa­rarsi e fare bella figura con il sele­zio­na­tore. Inu­tile dirlo…da non imi­tare postura e modo di par­lare dell’intervistato, men­tre molto bene la cono­scenza di inte­ressi e hobby di chi selezionerà.

Beh, nella spe­ranza di non avere con­fuso ancora di più le vostre idee rela­ti­va­mente all’argomento…In bocca al lupo!

La scalata verso il successo Posted by Manuela Crovato on 2 May 2011 ·

Rev­tank Out­ta­kes da MiiiSH

Il “suc­cesso” nella sua acce­zione gene­rale signi­fica “buona riu­scita” e può riguar­dare ambiti e sog­getti, bene­fi­ciari del risul­tato favo­re­vole, molto differenti.

II grande schermo è rima­sto più volte sedotto dal mito ame­ri­cano della “sca­lata al suc­cesso”, intesa come pas­sag­gio da uno stato di dif­fi­coltà per­so­nale e pro­fes­sio­nale a uno di affer­ma­zione e con­se­gui­mento di fama, popo­la­rità e ricchezza.

Cono­scete Il segreto del mio suc­cesso? Com­me­dia iro­nica e soft, non è dif­fi­cile indi­vi­duarvi un chiaro rife­ri­mento al Yup­pi­smo, ten­denza sta­tu­ni­tense dei gio­vani uomini d’affari degli anni Ottanta ad inse­guire il sogno di affer­ma­zione e ric­chezza, but­tan­dosi nella New York di Regan, allora par­ti­co­lar­mente flo­rida e pro­met­tente per coloro che inve­sti­vano in borsa. La sto­ria nar­rata è, infatti, quella di un gio­vane neo­lau­reato (Bran­tley Foster inter­pre­tato da Michael J.Fox.) che lascia il suo pic­colo paese di cam­pa­gna per cer­care for­tuna a New York. Fermo soste­ni­tore della meri­to­cra­zia, con le sue sole forze e senza cedere alle facili lusin­ghe della rac­co­man­da­zione (quella dello zio o della figlia del fon­da­tore della grossa Com­pa­gnia per cui lavora ini­zial­mente come fat­to­rino), rea­lizza il suo sogno, diven­tan­done ammi­ni­stra­tore delegato.

Una sto­ria vera di sca­lata al suc­cesso è invece quella di Chris Gard­ner (inter­pre­tato da Will Smith) in Alla ricerca della feli­cità, impren­di­tore oggi milio­na­rio par­tito da una con­di­zione di asso­luta povertà, che neces­sità, ambi­zione e tena­cia hanno con­dotto alla meta tanto ago­gnata. Un figlio a carico, la man­canza di cibo e di un tetto sotto cui vivere rap­pre­sen­tano lo sti­molo tan­gi­bile, il fat­tore pro­pul­sivo per la ricerca di una con­di­zione migliore, il tutto accom­pa­gnato da una forte deter­mi­na­zione, ambi­zione e desi­de­rio di suc­cesso per­so­nale, carat­te­ri­sti­che figlie del con­te­sto socio-culturale ame­ri­cano, ove l’”arrivare” sem­bra essere il tra­guardo più impor­tante da rag­giun­gere nell’esistenza.

Fat­tori dif­fe­renti, primo fra tutti una gran­dis­sima scal­trezza da far frut­tare in popo­la­rità e ric­chezza, hanno invece por­tato all’affermazione per­so­nale e pro­fes­sio­nale del gio­vane Mark Zuc­ker­berg, crea­tore uffi­ciale di Face­book. I pochi fram­menti del trai­ler di The Social Net­work, il film che narra la sto­ria della Rete Sociale più dif­fusa nel web, ren­dono evi­dente la riso­lu­tezza del gio­vane, che con un approc­cio alla vita che sfiora il cini­smo, rie­sce a rag­giun­gere il suo obiet­tivo, diven­tando il più gio­vane miliar­da­rio nel mondo.

A fare da con­tral­tare alla cul­tura dell’affermazione Impie­gati di Pupi Avati, un film dell’ormai lon­tano 1985, che riprende il feno­meno del Yup­pi­smo e lo sbef­feg­gia, nar­rando la sto­ria di un tri­ste e malin­co­nico uffi­cio di banca degli anni Ottanta, ove impie­gati gio­vani e più anziani agi­scono alle spalle dei pro­pri col­le­ghi per pri­meg­giare e rag­giun­gere “la posi­zione” in una realtà che, nel con­creto, pro­mette e con­cede poco, ove indi­vi­dua­li­smo, ama­rezza e malin­co­nia la fanno da padrone, scar­di­nando i buoni pro­po­siti e le ori­gi­na­rie speranze.

Non ci rimane che con­fron­tarci con la nostra per­so­nale realtà lavo­ra­tiva, ma soprat­tutto con i valori che ci stanno gui­dando, cer­cando di capire se li abbiamo scelti dav­vero o se li abbiamo assor­biti passivamente!!

Il lavoro seduce il cinema Posted by Manuela Crovato on 28 April 2011 ·

Film Roll 1 di Tra­vis Hornung

Anche il cinema, set­tima espres­sione arti­stica dopo musica, pit­tura, scul­tura, archi­tet­tura, poe­sia e danza, ha subito il fascino del varie­gato mondo lavo­ra­tivo, pro­du­cendo una serie inter­mi­na­bile di pel­li­cole più o meno memorabili.

Le nostre fonti sono per lo più sta­tu­ni­tensi e ita­liane, e non è affatto dif­fi­cile tro­vare esempi di film rela­tivi a car­rie­ri­smo, ipo­cri­sia, ambi­zione, ricerca del suc­cesso, pre­ca­riato, lotta, pro­te­sta, mobbing…

La fina­lità di cia­scuna opera cine­ma­to­gra­fica sul tema non è sem­pre la mede­sima, cosic­ché è pos­si­bile ritro­vare film che spa­ziano dalla denun­cia sociale (si veda ad esem­pio “Morire di lavoro”),  all’intrattenimento comico (si pensi alle avven­ture del ragio­nier Fan­tozzi), alla sem­plice nar­ra­zione di una sto­ria, spesso ispi­rata ad una vicenda real­mente acca­duta (“Alla ricerca della feli­cità” è un esem­pio sopra tutti).

Per que­ste ragioni, nelle pros­sime set­ti­mane ci pia­ce­rebbe trat­tare pecu­lia­rità e pro­ble­ma­ti­che lavo­ra­tive attra­verso il pre­zioso con­tri­buto del lin­guag­gio filmico…chissà che, cam­biando ango­la­tura, l’oggetto non assuma con­no­tati e chiavi di let­tura differenti!

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