Come mandare a ko la sofferenza sul lavoro Posted by Virginia Basiricò on 23 November 2011 ·

 

Imma­gine Boxe di Phgaillard

Siete con­vinti si possa e si debba lavo­rare senza fati­care? Beh, è il caso che vi ricre­diate per­ché pare non sia esat­ta­mente così.

Anzi, volendo pro­prio essere pre­cisi, è il caso di sot­to­li­neare che:

  1. Fati­che, stress e sof­fe­renze sono parte inte­grante della vita (e da qui non ci si scappa)
  2. Pro­met­tere, riven­di­care, chie­dere il benes­sere, soprat­tutto nei con­te­sti lavo­ra­tivi, non è rea­li­stico quando que­sto signi­fica assi­cu­rare la dimi­nu­zione della fatiche

E’ quanto emerso dalla gior­nata di Stu­dio svol­tasi lo scorso 18 Novem­bre a Milano dal titolo ” Paure, fati­che, sof­fe­renze ed illu­sioni: ipo­tesi d’intervento nelle situa­zioni di lavoro”. Un incon­tro dav­vero “illu­mi­nante”, che ha messo in luce l’inevitabilità della fatica (nella vita, come nel lavoro), ma anche la sua dege­ne­ra­zione nella sofferenza.

Eh sì, per­ché è nel momento in cui non riu­sciamo a dare un senso ai nostri sforzi che ci sen­tiamo afflitti, ed è l’afflizione che ini­bi­sce le per­sone e le depo­ten­zia e, come tale, va con­tra­stata. Ma come?

Avvi­ci­narsi

Innan­zi­tutto è neces­sa­rio entrare in con­tatto con le fati­che. Spesso gli affanni degli altri fanno paura e le resi­stenze sono mol­te­plici: il timore di sba­gliare, di essere invasi dalle ansie altrui, di farsi rubare ener­gie inutilmente.

All’interno di un per­corso di miglio­ra­mento orga­niz­za­tivo, il primo passo, che ho tro­vato spesso utile nei gruppi di lavoro, è stato quello di dare spa­zio ai giu­dizi, alle lamen­tele e alle emo­zioni. E’ a par­tire da tutti que­sti ele­menti, infatti, che si pos­sono scar­di­nare even­tuali pen­sieri disfun­zio­nali, che celano espe­rienze nega­tive o pro­blemi orga­niz­za­tivi e rela­zio­nali. Rinun­ciare a que­ste sto­rie signi­fica non incon­trare mai vera­mente chi vuole o può essere gui­dato fuori dalla crisi.

Com­pren­dere

Come sug­ge­ri­sce il ter­mine, si tratta di “pren­dere den­tro” di sé la fatica, cer­care di met­tersi nei panni dell’altro. Com­pren­dere come modo migliore per rico­no­scere e valo­riz­zare il pen­siero dell’altro e il suo punto di vista.

Costruire un esame di realtà

Signi­fica cer­care di co-costruire con l’interlocutore una nuova nar­ra­zione della realtà che:

  • tenga conto e ricon­duca a fatti concreti;
  • spo­gli i rac­conti di sem­pli­fi­ca­zioni e pro­ie­zioni (“è colpa del capo”, “è colpa del governo”);
  • dia un senso di limi­ta­tezza dei pro­blemi e ride­fi­ni­sca nuovi orizzonti.

Tale aspetto è quanto mai vero. Una volta rile­vati i disagi, il con­su­lente deve aiu­tare la per­sona “che vive una situa­zione di sof­fe­renza” a col­lo­care nello spa­zio e nel tempo i fatti, affin­ché pos­sano essere affer­ra­bili e misu­ra­bili e insieme costruire una sto­ria che dia una nuova prospettiva.

Assu­mersi respon­sa­bi­lità per svi­lup­pare Capability

Se si narra un pro­blema con­fe­rendo agli altri il ruolo di pro­ta­go­ni­sti, l’esito della sto­ria dipen­derà sem­pre da loro. La capa­bi­lity, ovvero la capa­cità di tro­vare e uti­liz­zare le pro­prie risorse in modo nuovo, dipende da quanto si è abili ad assu­mersi la respon­sa­bi­lità di una sto­ria, dive­nen­done il per­so­nag­gio principale.

Con­cen­trarsi sugli oggetti di lavoro e sul pia­cere di rico­no­scersi nei prodotti

Que­sto signi­fica che per uscire dalla pro­pria sof­fe­renza è oppor­tuno decen­trare la pro­pria atten­zione dalle rela­zioni, soprat­tutto quando disfun­zio­nali al pro­prio benes­sere, e con­cen­trasi sul pro­dotto finale (inteso anche come servizio).

Dif­fe­ren­ziare gli investimenti

Se sen­tiamo che la nostra iden­tità coin­cide con quella lavo­ra­tiva signi­fica che l’investimento sul lavoro è troppo alto e, di con­se­guenza, anche le attese. Dif­fe­ren­ziare gli inve­sti­menti, invece, signi­fica impa­rare a distin­guere le diverse forme di rico­no­sci­mento e di rea­liz­za­zione del pro­prio sé.

Valo­riz­zare le dimen­sioni nar­ci­si­sti­che e aggressive

In un con­te­sto di sof­fe­renza, non è fun­zio­nale ras­se­gnarsi al pati­mento. Un buon punto di par­tenza, a mio parere, è risco­prire que­gli elementi/situazioni che danno il pia­cere del rico­no­sci­mento per ciò che viene pen­sato o pro­dotto o offerto. Tale aspetto fa emer­gere le com­pe­tenze di cui si dispone e che rap­pre­sen­tano utili risorse dalle quali par­tire. Per con­tro è utile ragio­nare anche sugli ele­menti nega­tivi, poi­ché l’indignazione che sca­tu­ri­sce da una situa­zione in cui i più stanno male è salu­tare per impa­rare a dire no a deter­mi­nati comportamenti.

Coin­vol­gi­mento nella costru­zione di capi­tale sociale

Il senso del nostro agire, di quello che siamo e di quello che ci accade, si può sco­prire nella rela­zione con gli altri. E’ attra­verso la rela­zione che si cono­scono i con­fini del pro­prio modo di leg­gere la realtà ed è pro­prio a par­tire dagli altri che si risco­pre il senso stesso della libertà.

Il capi­tale delle rela­zioni è una risorsa fon­da­men­tale con cui con­fron­tarsi e rispec­chiarsi, da cui trarre nuove rispo­ste su sé stessi e sul mondo che ci circonda.

Osare

A tale pro­po­sito, signi­fi­ca­tiva è la frase pro­nun­ciata da uno dei rela­tori del con­ve­gno. Rubo e riporto: “Non pen­sate pen­sieri pre­pen­sati”; sce­gliete la “fatica di pen­sare” cose nuove, stra­te­gie alter­na­tive per rag­giun­gere i vostri orizzonti.

In con­clu­sione, desi­dero sco­mo­dare il buon vec­chio Ein­stein e rega­larvi una pic­cola parte delle sue rifles­sioni sul tema della crisi: “La crea­ti­vità nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le sco­perte, le grandi stra­te­gie. Chi supera la crisi supera sé stesso, senza essere superato”.

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