Chi controlla Facebook? Posted by giovanni on 12 June 2009

fromcitytocity

L’immagine World­wide city-to-city con­nec­tions è di Chris Har­ri­son, il cui lavoro si basa sulla rap­pre­sen­ta­zione gra­fica dei flussi di dati sul web.

Se avessi un’azienda non mi por­rei il pro­blema di con­sen­tire o proi­bire face­book. Cer­che­rei di con­trol­larlo. Non per mega­lo­ma­nia. Serve un modo diverso di porre un que­sito mal posto. Il “capo” che proi­bi­sce face­book adotta la solu­zione imme­diata senza andare al cuore del pro­blema. Come se, ad esem­pio, ven­dere di più o pro­durre meglio, fosse solo una que­stione di tempi dedi­cati e di quan­tità di km percorsi.

Andiamo con ordine: l’impiegato medio che perde let­te­ral­mente ore su face­book lo fa per noia. Il pro­blema ha quindi una radice orga­niz­za­tiva: il social net­work (almeno nella prima fase) riem­pie il tempo in cui non si ha nulla da fare. Non sot­to­va­lu­tiamo l’evoluzione dell’uso: rica­dere in una fre­quen­ta­zione com­pul­siva di chat, blog e social net­work non è così infre­quente. Ma accade strada facendo.

Proi­bire resta una forte ten­ta­zione. E con­cet­tual­mente non è nep­pure del tutto errato. L’azienda si trova a dover gover­nare una situa­zione che l’ha pre­ce­duta e spiaz­zata. E quella dei social net­work è una com­ples­sità dif­fi­cil­mente ridu­ci­bile, tante sono le sol­le­ci­ta­zioni a cui l’utente è sot­to­po­sto, al punto da gene­rare, come detto, rischi di dipendenza.

Il pro­blema tut­ta­via resta solo un rischio, e non una oppor­tu­nità, fin­chè resta un tabù par­la­bile solo in ter­mini di proi­bi­zione. Qui si può inter­ve­nire con un modello par­te­ci­pa­tivo (a cui le stesse reti sociali for­ni­scono un qua­dro metodo-tecnologico com­pleto ed interessante).

Che fare? Dire che il cam­bia­mento va asse­con­dato e non osteg­giato può sem­brare, di fronte ad una que­stione così chiara, troppo filo­so­fico. Ma credo che la filo­so­fia in que­sto caso sia disper­siva tanto quanto la stra­te­gia di enti pub­blici che aprono pagine su face­book e poi ne osteg­giano la fre­quen­ta­zione ai dipen­denti.

La rispo­sta, ma non è que­sta la sede per un appro­fon­di­mento, è iden­tità, par­te­ci­pa­zione, con­di­vi­sione, gestione del cam­bia­mento. E capire che non sem­pre, lad­dove ci sono que­sti pre­sup­po­sti, la rigida divi­sione fra gli orari del lavoro e quelli della vita pri­vata, rap­pre­senta un valore aggiunto.

news1di Gio­vanni Armanini

  • http://www.projectgroup.it Giò

    Pre­di­care bene e raz­zo­lare male”. Potrebbe essere il titolo di un libro nel quale è rac­colta la sto­ria della nostra vita. Noi con­su­lenti siamo “prin­cipi del foro”, ottimi “cice­roni” nel rac­con­tare ai nostri clienti che soprat­tutto con­di­vi­sione e par­te­ci­pa­zione sono alla base del cam­bia­mento “epo­cale” sol­le­ci­tato ogni giorno dalla rete, che la nega­zione genera desi­de­rio e che la scarsa cono­scenza degli stru­menti dispo­ni­bili in inter­net ne genera un uso impro­prio, che l’educazione è fon­da­men­tale soprat­tutto quando cen­trata sul con­cetto di “libertà” e che pro­prio la “libertà” è il primo dri­ver della crea­ti­vità.
    Poi ci arrab­biamo se sco­priamo che i nostri col­le­ghi, anzi­chè lavo­rare sulla wiki, stanno “chat­tando su face­book”!
    Tra­sfor­miamo que­sta loro “ener­gia comu­ni­ca­tiva” in una “cre­scita di cono­scenza” senza osta­co­larne l’evoluzione bensì rispet­tan­dola; que­sta deve essere la nostra sfida con­ti­nua!
    WEB 2.0 è aper­tura… biso­gna solo essere i più veloci a coglierne le opportunità

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