Democrazia, partecipazione, rivoluzione, 2.0

Wargames — Giochi di guerra è un film del 1983 con Matthew Broderick, diretto da John Badham.Non dimentichiamoci mai che alla base del concetto partecipativo nelle aziende sta una coscienza democratica. E che alla base della democrazia sta la coscienza civile. Questo non vuol essere un post politico ma una testimonianza di come il web 2.0, quando sfruttato nelle sue forme, è un supporto sociale e civile di enorme portata, in grado di inoculare il virus della democraticità in sistemi totalitari.
Sì, il paragone azzardato è questo: l’azienda come lo stato. Con una sovranità, un territorio, un popolo.
Il problema politico e di ordine pubblico sorto in questi giorni a Teheran ha spronato alcune delle aziende che operano con i servizi online a mettere a punto nuovi servizi.
Nel frattempo Wall Street Journal ricorda che le tecnologie di Deep packet inspection che il regime iraniano utilizza per controllare la rete sono fornite da una joint venture fra Nokia e Siemens, la cosa ovviamente ha fatto il giro del mondo
di Giovanni Armanini
Time Out
Oggi Scade la nostra prima ricerca di gente con la testa nella rete.
Questo post è per ringraziare tutti voi che avete creduto nel nostro progetto e avete inviato i vostri Curriculum Vitae.

Siamo veramente felici dei risultati di questa campagna, che confermano tra l’altro l’efficacia di alcuni media rispetto ad altri…
Sapevamo che per trovare certe teste nella rete altro non potevamo fare che rivolgerci alla rete stessa: in un groviglio di blog, passaparola, social network, status aggiornati e qualche IM abbiamo raccolto circa 80 Cv e più di 200 contatti di giovani neolaureati.
E’ questo ciò a cui diamo veramente importanza, ben oltre il valore di tutti gli indici classici dell’advertising online.
Nei prossimi giorni ricontatteremo alcuni di voi per accordarci per un caffè: probabilmente a breve leggerete nuove Fo(u)r Questions su questo blog. A tutti gli altri non possiamo che augurare un in bocca al lupo.
p.s. i curriculum non finiranno in un cassetto impolverato — il search del wiki funziona bene!
Chi controlla Facebook?

L’immagine Worldwide city-to-city connections è di Chris Harrison, il cui lavoro si basa sulla rappresentazione grafica dei flussi di dati sul web.
Se avessi un’azienda non mi porrei il problema di consentire o proibire facebook. Cercherei di controllarlo. Non per megalomania. Serve un modo diverso di porre un quesito mal posto. Il “capo” che proibisce facebook adotta la soluzione immediata senza andare al cuore del problema. Come se, ad esempio, vendere di più o produrre meglio, fosse solo una questione di tempi dedicati e di quantità di km percorsi.
Andiamo con ordine: l’impiegato medio che perde letteralmente ore su facebook lo fa per noia. Il problema ha quindi una radice organizzativa: il social network (almeno nella prima fase) riempie il tempo in cui non si ha nulla da fare. Non sottovalutiamo l’evoluzione dell’uso: ricadere in una frequentazione compulsiva di chat, blog e social network non è così infrequente. Ma accade strada facendo.
Proibire resta una forte tentazione. E concettualmente non è neppure del tutto errato. L’azienda si trova a dover governare una situazione che l’ha preceduta e spiazzata. E quella dei social network è una complessità difficilmente riducibile, tante sono le sollecitazioni a cui l’utente è sottoposto, al punto da generare, come detto, rischi di dipendenza.
Il problema tuttavia resta solo un rischio, e non una opportunità, finchè resta un tabù parlabile solo in termini di proibizione. Qui si può intervenire con un modello partecipativo (a cui le stesse reti sociali forniscono un quadro metodo-tecnologico completo ed interessante).
Che fare? Dire che il cambiamento va assecondato e non osteggiato può sembrare, di fronte ad una questione così chiara, troppo filosofico. Ma credo che la filosofia in questo caso sia dispersiva tanto quanto la strategia di enti pubblici che aprono pagine su facebook e poi ne osteggiano la frequentazione ai dipendenti.
La risposta, ma non è questa la sede per un approfondimento, è identità, partecipazione, condivisione, gestione del cambiamento. E capire che non sempre, laddove ci sono questi presupposti, la rigida divisione fra gli orari del lavoro e quelli della vita privata, rappresenta un valore aggiunto.
di Giovanni Armanini
Il giornalismo è morto, w i giornalisti
Tante se ne sentono, dicono, leggono, sulla crisi dei giornali e dei giornalisti. Fra le tante segnalo quello che ha scritto Fabio Metitieri nel suo “Il grande inganno del web 2.0″ (il link è tratto dal mio booknetwork preferito). Una analisi critica di quello che in fondo è un bellissimo slogan (ovvero l’essere 2.0) che attualizza ciò che Internet in realtà è sin dalla sua nascita: uno strumento di contatto e di comunicazione.
Il giornalismo è morto? Ovviamente no, altrimenti i giornali non sarebbero più in edicola da un pò e i giornalisti (o aspiranti tali, che le nostre università sfornano a migliaia) sarebbero ormai estinti.
Per Metitieri (ed io condivido) il web 2.0 moltiplica la necessità di un giornalismo analitico (non quello notarile di questi anni) che vada oltre le proprie paure e si distingua dalla blogosfera autoreferenziale ma spesso priva di contenuti. La lettura è interessante. Non so se in Project Group conoscono questa pubblicazione, ma sembra la condividano visto che hanno chiesto a me, un giornalista, di scrivere sul loro blog.
di Giovanni Armanini
Fo(u)r questions 2
4 Domande a Giovanni Armanini.
Abbiamo conosciuto Giovanni qualche mese fa, quando è venuto per la prima volta a trovarci per un caffè,
l’impertinenza delle sue domande ci ha posto non pochi problemi ai quali abbiamo dovuto dare risposta. Oggi le domande le facciamo noi.. ma Giovanni non rinuncia a punzecchiare comunque..
Tagga te stesso in 5 parole.
Creatività, cambiamento, stronzi, giornalismo, precariato mentale
Chi è il tuo guru?
Non credo di averne, questo è uno fra i terribili difetti di un agnostico (che in quanto tale prima di rispondere ha pure cercato su wiki il significato del termine).
Com’è il tuo caffè?
Poetico, alcolico, variabile, emotivo, contestuale.
Perchè ti stiamo intervistando?
Per far capire agli utenti del blog chi sono, ma a modo vostro, ovvero chiedendomi che caffè bevo anzichè quali motivazioni metto sul mio lavoro, altrimenti non sarebbero arrivati qui. Immagino che vogliate far capire che io sono quel giornalista che un giorno è arrivato per intervistarvi e si è trovato talmente bene da offrirsi per impestarvi un pò il blog di idee e di quelle tante cose che sulla stampa ufficiale non ci vanno solo perchè spesso non le si conosce abbastanza, e quindi scartarle è più veloce che capirle.
Fo(u)r questions
4 domande a David Saitta.
Il nostro wiki gardener (profilo), abbandona per un momento la cura della nostra intranet e concede un’intervista alla rete.
Tagga te stesso in 5 parole:
Tecnologia, ricerca, dinamismo, think different, mediazione
Chi è il tuo guru?
Lo Steve ed il mio ex prof di sistemi operativi.
…com’è il tuo caffè?
Zuccherato, forte, ristretto.
Perchè ti stiamo intervistando?
Perchè dopo avermi contattato per cercare di migliorare l’usabilità della wiki interna, ci siamo accorti che il problema non siete VOI, ma gli strumenti troppo orientati all’uso da parte di esperti informatici. Da qui è iniziato un percorso di analisi, confronto e sviluppo di nuovi strumenti di gestione della knowledge che sfocerà, in un breve futuro, nella mia tesi specialistica presso la Free University of Bolzano. Lo scopo non è creare un’altra wiki, clone di altre già esistenti, ma di abbracciare un nuovo approccio più…umano!

